Hammamet

A me piace Gianni Amelio: vi avevo parlato del suo ultimo film La tenerezza, del 2017. Il regista, autore e sceneggiatore calabrese fa scelte di nicchia, originali, impegnative; affronta temi delicati con mano ferma e occhio introspettivo.

Questa volta però credo che, quanto a raccogliere la sfida di una scelta che potrebbe essere impopolare, abbia superato se stesso. Proprio in occasione del ventennale della morte di Bettino Craxi, è nei cinema questo film sui suoi ultimi mesi di vita, girato realmente nella casa tuttora di proprietà della famiglia (ci abita la moglie, che non ha mai voluto tornare in Italia).

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Tolo Tolo

Dopo aver letto la recensione di Selvaggia Lucarelli su Tolo Tolo sono certa di non potere fare di meglio, dato che ne condivido ogni passaggio. A partire dalla considerazione che non è vero che questo film non faccia ridere, come è stato detto da molti commentatori. Io mi sono divertita moltissimo, in ogni scena c’è uno spirito comico, una battuta, ironia anche graffiante, assenza di politicamente corretto. Il “problema” del film, nel nostro mondo di facili giudizi e di critici superficiali, è stato il trailer, uscito un po’ di giorni prima e ampiamente ingannevole: anche se, da solo, era sufficiente a dare una sferzata a quei pochi (se ce n’erano) in grado di guardare oltre al proprio naso ed al proprio pregiudizio.

Si preannunciava, secondo alcuni, un film-denuncia dell’invasione che stiamo subendo, ad opera di orde di immigrati, che altro non vogliono fare che campare sulle nostre spalle. La prova era la canzone “immigrato” dove l’italiano si ribella ai “soprusi” che gli infligge il ragazzo nero, non pago degli spiccioli allungati dal finestrino, e addirittura invasore domestico, con tanto di spartizione della moglie. E subito le proteste dei movimenti femministi: un film maschilista e razzista!

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Sorry we missed you

Ken Loach continua a parlare delle cancrene della nostra società, sempre focalizzato sui temi del lavoro precario, della crudeltà del capitalismo quando dimentica che l’ingranaggio che fa funzionare la macchina è l’uomo: ed è di carne e ossa, anima, cuore, emozioni, debolezze.

Qualche commentatore ha parlato del “dittico di Newcastle”, perché anche questa storia, drammaticamente reale, è tutta ambientata lì, come il suo precedente film, Io, Daniel Blake. Una metropoli industriale e commerciale, che appare fredda e quasi priva di tracce di pietà: caratteristiche che esasperano le difficoltà della vita di ogni giorno dei protagonisti.

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Io, Daniel Blake

In attesa di scrivere del nuovo film di Ken Loach, da pochi giorni nelle sale, vi suggerisco di recuperare la sua precedente pellicola, Palma d’oro a Cannes 2016. Non è certo per questo che ve la propongo: a volte le opere che ottengono riconoscimenti anche così importanti sono terribili (mi viene in mente Pietà del coreano Ki-duk Kim: mi ha sconvolto per giorni…). In questo caso però il premio è strameritato.

Il film è bellissimo, in linea con la tradizione del cinema impegnato di Ken Loach, immerso nel mondo britannico proletario diseredato sfortunato periferico marginale. Daniel Blake è un eroe di quel mondo. Un carpentiere avanti con gli anni; il suo campo di battaglia è Newcastle. La società dei digitali di default lo respinge, lui, “matita di default”. Non lo vuole più: solo perché ha dimostrato di non essere al top delle sue prerogative fisiche a causa di un problema cardiaco.

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The Farewell

Questo film, uscito alla vigilia del Natale 2019, è stato davvero un bel regalo per tutti coloro che amano la delicatezza, l’ironia e l’originalità nel raccontare e descrivere situazioni (anche le più semplici e quotidiane) che è tipica del cinema orientale.

La regista cinese Lulu Wang è al suo primo lungometraggio ed affronta un tema così umano e comune che credo coinvolga tutti gli spettatori, innanzitutto con la domanda: cosa avrei fatto al posto loro? La storia è corale, non c’è un solo protagonista, sebbene i personaggi chiave siano nonna e nipote.

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Paterson

Guardando in questi giorni un bel film su Netflix, di cui vi parlerò presto, mi sono ricordata di Paterson: il protagonista maschile coincideva nel talentuoso Adam Driver. Paterson è secondo me da recuperare, è un film particolare, tagliato per chi ama la poesia, non necessariamente in senso letterario. Non è solo per pochi eletti, ma per tutti coloro che pensano, magari non consapevolmente, che nella quotidianità della vita vi siano costanti momenti di vera poesia.

Momenti nei quali, mettendosi con un taccuino, in silenzio, a pensare, quella poesia uscirebbe fuori, in parole magari semplici, magari scontate, ma che comunque hanno un suono armonioso per noi e per chi è sulla nostra stessa lunghezza d’onda (una rara fortuna). Continua a leggere Paterson

Dio è Donna e si chiama Petrunya

La regista macedone Teona Strugar Mitevska (vincitrice del premio Lux del Parlamento europeo) ha partecipato con questo film, a suo modo rivoluzionario, alla selezione 2019 della Berlinale e al Torino film festival: si tratta di un’opera forte, con un’idea precisa, e soprattutto intenzionata a tirare un colpo ben assestato alla società del Paese di cui l’autrice è originaria.

Un Paese dove, come si dice in una battuta, il 2019 è ancora medioevo, soprattutto per le donne. Petrunya, la protagonista, ha più di trent’anni, vive ancora con il padre e la madre, a Stip, Macedonia del nord. È disoccupata, nonostante, o forse a causa, della sua laurea in storia.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)