Il vegetale

Rovazzi, il poliedrico, da YouTuber e cantante tanto improvvisato quanto di successo diventa attore, interpretando nei fatti nessun altro che se stesso. Un millennial alle prese con la ricerca di un lavoro, a Milano, la città più europea d’Italia: il film è girato nel nuovo quartiere costruito per l’Expo dello scorso anno, a sottolineare una idea di modernità e di efficienza. Solo un’idea però. Solo apparenza, perché sotto quello smalto si svela un mondo per nulla accogliente per un giovanissimo laureato in scienza della comunicazione.

Di certo questo titolo di studio, nel racconto più che un’arma un peso, non è scelto a caso. Un corso universitario talmente inflazionato di questi tempi da avere sfornato migliaia di candidati alla disoccupazione oppure alla ricerca disperata di un lavoro (manuale!). Insomma, il protagonista si avvicina con baldanza ingenua ad una serie di colloqui, che finiscono tutti male, come la sua storia d’amore.

La sua ragazza si arrende prima ancora di iniziare e prende il volo per i pub di Londra. Come dice Fabio, si vergognano di fare i camerieri in Italia, dopo avere studiato per anni, e preferiscono “nascondersi” oltre Manica. Come dargli torto? Cominciano subito le amarezze del film, che racconta una storia semplice con lievità ma senza nascondere nulla della realtà del nostro quotidiano. Non è strano, ormai dobbiamo ammetterlo, che un venticinquenne titolato, esperto di marketing e che parla inglese fluentemente distribuisca volantini. Penserete: che noia. L’originalità (che non ti aspetti) sta però nel fatto che Fabio, anziché ripiegarsi su se stesso, lamentarsi o aspettare qualche raccomandazione, sceglie la strada (positiva) del prendere il lavoro che gli viene dato (distribuire volantini, appunto); farlo con dedizione e precisione (al contrario degli altri che buttano i volantini da distribuire nel primo bidone della spazzatura); accettare di andare in un posto sperduto della provincia di Rieti a fare un singolare stage (che secondo le indicazioni dell’azienda gli avrebbe aperto la strada per una brillante carriera).

Nel paesino di destinazione, dove Fabio crede di trovare “indigeni”, la sorpresa (che non vi svelo) è proprio la popolazione, ed è la parte più divertente del film e più “istruttiva” e costruttiva nella vita di Fabio. Una specie di palestra esistenziale dove si impara a stare con gli ultimi e a raccogliere i pomodori! Perché vedere questo film, che certo non è un capolavoro? Io l’ho trovato utilissimo da far vedere agli adolescenti, come messaggio autenticamente e semplicemente educativo. Senso civico, onestà (vera, non quella sbandierata nelle campagne elettorali), rispetto delle regole elementari (quelle che se tutti le rispettassero vivremo in un mondo migliore). Ottimismo e senso di iniziativa. Perché il film con Rovazzi, come le sue hits, non poteva che avere una happy end, oltre che riempire per settimane i cinema. Lieto fine degno del racconto, vincono i buoni e le buone idee e il lavoro anziché cercarsi si inventa. Per questo va fatto vedere agli adolescenti.

Un piccolo messaggio sorridente, con al centro FaBio (il maiuscolo della B non è casuale, come vedrete, se avete degli adolescenti con cui andare al cinema). E dentro c’è anche una evoluta idea di integrazione, pure questa, come l’onesta, senza le ipocrisie (in un senso o nell’altro) della campagna elettorale. Rovazzi for president. Di una repubblica di ventenni felici.

C’est la vie

Prendila come viene, nel sottotitolo italiano del film: una raffinata ed ironica commedia francese che, parlando di wedding planner, matrimoni, inutili (e ridicoli) festeggiamenti, parla della vita. E di come vada presa la vita (senza troppe ansie) e di quanto a volte sia inaspettato il lieto fine ed inutile anche ogni più dettagliata pianificazione.

Il racconto ruota intorno al protagonista Max, magistralmente interpretato da Jean-Pierre Bacri: un imprenditore navigato, sentimentalmente incasinato, alle prese con l’organizzazione dell’evento (ormai) più effimero che c’è. Il matrimonio. Effimero ma nonostante questo quasi sempre (forse giustamente?…) oggetto di maniacale attenzione da parte degli sposi. Quel giorno deve ricordarsi, anche da vecchi, e purtroppo questo accade spesso! Ma non nel senso voluto al momento del grande passo.

Continua a leggere C’est la vie

Sono tornato

Solo a pensarlo, come costruire un film così, mettendo a discuterne due persone, anche colte, evolute e conoscitrici della storia, non so se se ne esce, dalla discussione. Un film che parla del “ritorno” di Mussolini, un ritorno surreale da allora ad oggi, una specie di macchina del tempo collocata nei giardini di Piazza Vittorio a Roma, il cuore dell’Esquilino.

Una specie di contrappasso, a pensare al tessuto sociale di oggi, di quella bellissima piazza della Capitale. Dove rispunta Benito Mussolini, in divisa come se fosse in guerra, catapultato dal ‘45 al ‘017? Nel luogo più multietnico che c’è, intriso ormai di spezie e colori di ogni parte del mondo. Una sorta di incrocio di popoli, una sfida vera e propria alla vicina sede di Casapound nella adiacente via Napoleone III. Insomma, uno scoppio in una nuvola di fumo dietro ad una rovina d’arte classica e ricompare il duce, come se il tempo non fosse passato, come se nulla fosse.

Continua a leggere Sono tornato

Made in Italy

Il film scritto e diretto dal cantautore di Correggio non è solo dedicato ai fanatici di Campovolo. Le sue canzoni sono il filo conduttore della storia, certo. Ma la storia ha un senso per tutti: è quella dell’assoluta maggioranza di noi, una storia comune, spesso di sconfitta, dei nostri giorni. “Cosa ci faccio qui?” è la domanda. “La mia parte”, risponde Sara (interpretata dalla Smutniak).

Lei sta con Riko (Accorsi) da molti anni (“forse troppi” dice ad un’amica) un po’ intrappolata in un matrimonio di reciproci tradimenti, incomprensioni e silenzi. Come tanti. Hanno un figlio con ambizioni da cineasta che vuole andare a studiare al DAMS a Bologna; mentre loro vivono una quotidianità ormai solo ripetitiva, claustrofobica e frustante. Se non fosse per gli amici. Una cerchia di amici stretti, che c’è sempre, soccorre ad ogni mancanza, fa ridere e sorridere e soprattutto consola. Ascolta. In un’intervista alla radio ho sentito Ligabue dire di avere parlato di se stesso e del suo modo di vivere l’amicizia. Qualcosa di indispensabile che salva da ogni disperazione.

Continua a leggere Made in Italy

Chiamami col tuo nome

Questo 2018 cari cinefili è cominciato davvero alla grande. E vedere l’ultimo film di Guadagnino è un’esperienza a cui non sottrarsi. Per una serie di ragioni estetiche e sostanziali, di pura bellezza filmica e di contenuti. Di immagini e di parole.

Non può esservi sfuggito che la sceneggiatura è di James Ivory: ed infatti, nonostante la storia sia ambientata “da qualche parte in Lombardia” nel 1983, ci sono diversi momenti in cui, non sapendolo, pensereste di “trovarvi” nella campagna inglese. O in una vecchia casa di signori britannici, tra libri, caminetti e oggetti antichi. Alla raffinatezza immediatamente percepibile agli occhi dell’autore d’oltre Manica si sposa alla perfezione la capacità introspettiva del regista che si focalizza sui personaggi con profondità, tanto da fare “sentire” in modo tattile allo spettatore ciò che provano i protagonisti del racconto.

Lo sconvolgimento dell’innamoramento e dell’irrefrenabile attrazione fisica, l’ansia nel contare le ore che separano il presente all’incontro della mezzanotte, il senso di vuoto del distacco, l’incertezza sull’essere se stessi. Insomma, forma e sostanza. La storia (tratta dal romanzo omonimo di Andrè Aciman) è quella dell’incontro tra Elio, un diciassettenne geniale, capace di suonare e comporre, colto ed appassionato, e Oliver, studente americano di ventiquattro anni, bello e disinvolto, ospite dei genitori del ragazzo nella villa di famiglia, vicino Crema.

Continua a leggere Chiamami col tuo nome

Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)