Roma

Vi parlo del film che in questi mesi, da quando è uscito (ed è pochissimo) ha vinto il Leone d’Oro 2018, i premi per la migliore regia e il miglior film straniero ai Golden Globe 2019, il British Academy Film Award come miglior film 2019, il premio Goya come miglior film latinoamericano 2019, per dirne solo alcuni. Perché la lista è molto più lunga: e vorrei dire la mia prima dell’Oscar, che non credo mancherà. Una prima particolarità è che si tratta di una produzione Netflix: infatti, dopo una manciata di giorni dalla sua uscita nei cinema, poteva vedersi in streaming sul piccolo schermo.

Una scelta originale per un grande regista come Cuarón (avete visto Gravity, del 2013? Un’opera in tutto diversa da questa!) ma innegabilmente popolare: mettere un capolavoro, che di consueto si troverebbe solo nelle sale d’essai per super esperti e appassionati “colti”, alla portata di tutti, quasi contemporaneamente al cinema (e non dopo mesi) visibile sui PC, gli smartphone, i tablet, i monitor di tutte le grandezze.

Dopo averlo visto, ho pensato che questa possibilità di accesso facile ed immediato su una piattaforma così diffusa, soprattutto tra i giovanissimi, si sposa bene con il tipo di storia che il cineasta messicano racconta, sui personaggi e sulla qualità dei ricordi che vengono condivisi con gli spettatori. La trama infatti è semplicemente vita: ed approfondendo si capisce che è vita vissuta dallo stesso regista, nella sua infanzia a Città del Messico. E Roma non è la nostra capitale, ma il nome di un quartiere borghese dove la storia è ambientata.

Siamo nei primi anni 70: lo scenario è una grande casa da ricchi, stracolma di libri, tappeti, quadri. Una famiglia numerosa, tre figli, una colf, una tata, il cane, i genitori e la nonna materna. Lo sguardo di Cuarón non è bonario con loro: la sua memoria non ha tinto di rosa il ricordo del padre (un medico sempre impegnato al lavoro, egoista, distante, a tratti vigliacco) e della madre (una donna delicata e colta, ma così debole ed incapace alla vita da non poterla affrontare da sola). Al centro del racconto c’è Cleo, la tata: chi la interpreta non è un’attrice professionista, ma una ragazza messicana qualunque, forse scelta per la somiglianza, anche nelle movenze, con la vera protagonista dell’infanzia del regista.

Il tutto è narrato con un bianco e nero “rivitalizzato” in chiave moderna (più luminoso di come sarebbe stato con le tecniche dell’epoca): come se davvero si facesse un viaggio a ritroso, e i pensieri del passato non sono mai a colori. Le vicende narrate oscillano tra la normalità banale del quotidiano, il dramma di un dolore insostenibile per Cleo, la cronaca dell’attualità di quei tempi, con le manifestazioni studentesche e le repressioni violente.

Il Messico è un paese rumoroso ed in fermento, diviso tra l’antico e il soprannaturale delle civiltà precolombiana ed una modernità che stenta a farsi percepire come qualcosa di veramente buono per tutti. È un film, Roma, tutto al femminile: sono le donne a tenere la barra del timone, mentre le figure maschili si distinguono per meschinità, viltà, mediocrità. Tre parole accentate di seguito: tutte e tre a descrivere qualcosa di profondamente negativo da cui deve essere stata intrisa l’infanzia di Cuarón, legata agli uomini della sua famiglia e a quelli che vi ruotavano intorno. Si salva solo il cane, che è maschio: ma quante volte ci viene da pensare “più conosco gli uomini, più amo gli animali?”.

A me è già successo di frequente.

4 ciak 🎬🎬🎬🎬, con un avvertimento: non è un film leggero o facile. Preparatevi a qualcosa di semplicemente unico. Ma non divertente (e non dite che è lento, per favore: piuttosto evitate di vederlo!).

The mule

Il corriere, in italiano. Ma il titolo originale mi piace di più, ha in sé una capacità espressiva maggiore, rispetto a un’attività dove viene richiesto solo di andare e tornare, senza pensare. Portando un carico con sé, che deve necessariamente arrivare a destinazione. Niente domande, niente fermate, niente deviazioni. In questo consiste il lavoro della terza età di Earl Stone, che fino a quasi novant’anni si era dedicato solo a bulbi e fiori e colori e gare di innesto.

È lui il personaggio scelto da Clint Eastwood per il suo film, dove è attore e protagonista a quasi 89 anni di età, un vero record man, non credete? Infatti, sebbene la sua ultima pellicola (Attacco al treno: qui potete rileggere la mia netta stroncatura) mi avesse fatto pentire di avere sprecato i pochi euro del biglietto, ho pensato che non si potesse perdere l’impresa coraggiosa di un grande protagonista del cinema internazionale che si mette in gioco ad un’età in cui molti, se hanno la fortuna di vivere, a stento riescono a fare i nonni. Insomma Clint-Earl: ed è una storia vera, scelta evidentemente anche per una percepita comunanza caratteriale. Sembra quasi che non reciti, per quanto è se stesso, il regista, dietro la cinepresa che dirige.

Naturalmente duro, ma insieme, a sorpresa, capace di gesti di grande generosità. Incapace di essere marito e padre secondo modelli “normali”. Incredibilmente abile a trovarsi coinvolto in un enorme traffico di droga e ad avere a che fare, trattandoli come ragazzini un po’ sempliciotti, con pericolosi affiliati al cartello messicano di Sinaloa. Il film evoca, per chi come me ne è appassionato, le atmosfere delle varie serie Netflix di Narcos: in particolare Narcos Mexico, tanto che tra gli attori, sempre nelle vesti del poliziotto della DEA, si ritrova il bravo Michael Pena. Una menzione speciale merita Bradley Cooper: anche lui interpreta uno sbirro, alle calcagna dell’insospettabile corriere. Visto e apprezzato moltissimo in A star is born insieme a Lady Gaga dimostra di essere un artista versatile e capace di stare al passo del mostro sacro Clint.

Il film ha un bel ritmo, vi terrà in apprensione fino alla fine, per le sorti del vecchio e quasi incosciente Earl. Bella la fotografia: è un road movie, attraverso le strade lunghe e dritte degli USA, con qualche gobba che le rende inconfondibili anche per chi non le ha mai viste dal vivo, ma solo su uno schermo.

Ottima la colonna sonora, che ascolterete con Clint dall’autoradio del suo pick-up. Sono ingredienti immancabili nei suoi film, come le case di legno bianco con la bandiera americana piantata sulla facciata. E come una vena di non celato razzismo nel protagonista, che è sotto ogni profilo realistica e politicamente scorretta. Come il regista vuole, con determinazione, apparire.

Un’ultima cosa: c’è un cammeo di Andy Garcia, interpreta il narcotrafficante a capo del cartello della droga per cui Earl lavora. Un po’ imbolsito e nella prima scena quasi irriconoscibile. Ma è sempre Andy Garcia: impreziosisce il film, non c’è che dire.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 questa volta: ho riabilitato il mitico Eastwood, per fortuna.

Broadchurch

Cinefili: niente scandalo se da oggi inauguro, ogni tanto, una rubrica sulle serie televisive che mi sono piaciute. Sarebbe ormai fuori dal tempo ignorarle. Basti pensare, soltanto guardando ai nostri confini, che vi si ritrovano i migliori attori italiani. Inoltre, la distensione temporale, che va ben oltre le solite due ore di un film, consente approfondimenti e suspense non comuni; nonché la possibilità di affezionarsi in modo quasi maniacale alla storia raccontata (conosco persone che per arrivare alla fine rinunciano al sonno di una notte intera!). Quindi, mettete da parte gli snobbismi da puristi del grande schermo, e seguitemi, se possibile dicendo la vostra.

Voglio iniziare da Broadchurch, Made in UK. Una storia ambientata nell’Inghilterra meno conosciuta, quella lontanissima dalla capitale, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere. Il titolo è il nome di un villaggio di pescatori del Devon. Scogliere, spiagge enormi, pescherecci, case colorate su una sola strada. Un emporio, un hotel, un alimentari, un’edicola.

Tutti si conoscono, le case sono come senza pareti, tra i pochi abitanti del paese. La vita scorre talmente tranquilla da suscitare invidia; ma per poco, perché quel luogo ameno e rasserenante si fa scenario di un fatto misterioso e terribile, che coinvolge un ragazzino. Una sparizione e un delitto che mettono in subbuglio l’intera comunità. Si tratta di un racconto corale: ricorda alcuni romanzi di Agatha Christie, anche per la costruzione lenta quasi a spirale, centrifuga verso il centro e il disvelamento della verità. Sono coinvolti, necessariamente, tutti gli abitanti: ciascuno di loro “rappresenta” qualcosa di simbolico.

Prestate attenzione a questo, che è la forza del film; ogni elemento ha un senso, un significato che serve a snodare il groviglio che si cela dietro quell’evento sconvolgente. Al centro del racconto ci sono i detective: in questo Broadchurch è un giallo classico (più che un poliziesco: dimenticate sparatorie o spargimenti di sangue; o atteggiamenti sbirreschi: qui è tutto molto inglese!). Alec (il capo) ed Ellie (il suo braccio destro) tengono le fila di un’indagine che scava ben al di là della ricerca del colpevole.

Ogni aspetto più intimo della vita di quella piccola cerchia di persone pacifiche viene scandagliato e portato alla luce, svelando, se ancora aveste bisogno di saperlo, che le apparenze ingannano. Che quelli che sembrano avere il carattere peggiore sono i più autentici ed affidabili. Che la fedeltà tra le persone è una chimera difficile da ritrovare nella vita reale. Rimarrete con il fiato sospeso episodio dopo episodio perché ogni nuovo elemento acquisito alla conoscenza dei detective non farà che darvi la sensazione di andare fuori strada. Insomma, quello che deve essere un buon giallo. Per questo ve lo raccomando (io l’ho visto su Netflix); ed anche per apprezzare la bravura di David Tennant e Olivia Colman, i due attori protagonisti.

Quest’ultima è stata la regina Anna Stuart ne La favorita ed è questa l’altra ragione che mi ha spinto a parlare di serie per la TV (rileggete la mia recensione qui). Bellissimo l’approfondimento del rapporto tra loro, tra amicizia, conflitto, complicità, sempre sul filo di qualcosa d’altro. Come spesso succede tra colleghi. Non è forse sul lavoro che scoppiano gli amori più travolgenti?

Sono tre stagioni (per ora): l’ultima racconta una storia diversa, ma i temi sono sempre importanti e ben analizzati.

5 ciak 🎬 🎬🎬🎬 🎬e speriamo in un seguito.

Green Book

Credo di non esagerare nel giudicare Green book uno dei più bei film che ho visto, senza ulteriori specificazioni o limitazioni temporali. È infatti un’opera magnifica e necessaria, oggi come ieri; indispensabile perché profonda su temi ancora attuali; esteticamente bella, godibile grazie alla sua straordinaria colonna sonora (il protagonista è il grande pianista Don Shirley: è ispirato a una storia vera); divertente come solo dialoghi intelligenti e brillanti possono esserlo.

Peter Farrely (noto per tutt’altro genere di film: Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo) ci racconta l’amicizia (vera e durata per tutta la loro vita) tra un buttafuori italoamericano, Tony Lip, interpretato da un incredibile Viggo Mortensen (che per entrare nel personaggio è dovuto ingrassare di ben 20 kg!) e Don Shirley, un noto, elegantissimo e raffinato musicista afroamericano (Mahershala Ali, visto anche in House of cards e premiato agli ultimi Golden Globe come migliore attore non protagonista per questo ruolo).

I due sono antitetici, vengono da mondi diversi, partono da una apparente incomunicabilità: ma tanto si tratta solo di lavoro, perché Tony viene ingaggiato da Don per accompagnarlo come autista e “guardia del corpo” in un viaggio itinerante per gli Stati Uniti, per una stagione di concerti di due mesi. Siamo nei primi anni sessanta, però; e questa è la complicazione. In America in molti Stati c’è ancora la segregazione razziale.

New York, dove i protagonisti vivono, è ben diversa: già multietnica, vi si mescolano, con qualche spigolosità, italiani, indiani, neri, orientali. Il Bronx è territorio incontrastato di famiglie italiane numerosissime, che parlano dialetto e mangiano spaghetti, pizza e polpette. Già: il tempo in cui gli “invasori” erano (anche) gli italiani. Il tempo in cui (come vedrete sullo schermo) un siciliano immigrato negli USA poteva essere impunemente appellato “mezzo negro” da un poliziotto razzista.

Peccato che la memoria sia corta e che dalla storia continui a non impararsi nulla.

Invece da questo film si ha l’occasione di imparare molto, e non lasciatevi sfuggire l’occasione di farlo: non perdete una battuta delle conversazioni tra Tony e Don. Godetevi i loro sguardi e il lento cambiamento del loro rapporto. Osservate le situazioni terribili ed umilianti che ogni nero di pelle si trovava costretto a subire a quei tempi (ed ora: come siamo messi?). Il green book del titolo (non lo sapeva quasi nessuno, credo) era una orribile guida turistica per persone di colore, necessaria per viaggiare senza problemi.

C’erano hotel solo per neri o luoghi vietati, esclusivi per bianchi. Il concerto itinerante (in stati razzisti e culturalmente arretrati) è una sfida voluta dal Don: vuole farsi applaudire e ammirare da quegli stessi che gli impediscono di usare la toilette perché inibita a chi ha la pelle scura. Le oltre due ore di godibilissimo racconto vi porteranno ad un esito indimenticabile, soprattutto per gli amanti del jazz. Bella la descrizione della comunità italiana, chiassosa e piena di calore; ma anche portatrice di malavita “doc”, con gli esiti che conosciamo (la mafia è una delle nostre migliori esportazioni: altra dimenticanza di quelli con la memoria corta).

Per me sono 5 i ciak 🎬 che merita questo film. Imperdibile e indimenticabile.

Loro chi?

Il film è del 2015 ma il regista, Francesco Miccichè, è lo stesso di Compromessi sposi pellicola ora nelle sale (recensita qui). Loro è il nome del gruppo musicale, pensato apposta per garantire quell’anonimato che serve a una banda di “onesti”‘professionisti della truffa. Quando li cercano, chiedono di loro; e anziché una risposta, la domanda del titolo. Lo scopo è dileguarsi, fare il colpo e sparire nel nulla.

Loro chi? Un film con un bel ritmo, Giallini bravissimo, si prende gioco di tutti, anche del pubblico a un certo punto, quando sembra che la storia abbia preso una piega “buona” dove addirittura trionfa l’amicizia, seppure fondata sull’idea di essere soci dell’imbroglio. Continua a leggere Loro chi?

Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)