I Fratelli Sisters

Prendi un regista parigino, con alle spalle film impegnati del livello di Dheepan (qui la mia recensione), mettigli tra le mani un genere che ormai sembra solo per nostalgici; immagina una storia da pistoleri e cercatori d’oro che sembra ambientata nel vecchio west ma che in realtà è tutto girato in Europa (in gran parte in Romania), prendi grandi attori dai volti da arte espressionista, e affida loro personaggi dal cuore duro solo in superficie. Questi gli ingredienti di base de I fratelli Sisters.

Un titolo che è insieme (letteralmente) ossimorico, buffo, evocativo: di un concetto di sorellanza tra due omoni senza pietà, noti per la loro efficacia di killer professionisti, al soldo del Commodoro, il boss del villaggio. Il raffinato cineasta è Jacques Audiard, che per questa opera ha vinto, tra gli altri numerosi premi, il Leone d’ Argento per la migliore regia alla 75esima mostra del cinema di Venezia.

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Dheepan – Una nuova vita

Colpisce questa Palma d’oro 2015 (stesso regista del western “I fratelli Sisters” di cui vi parlerò prestissimo) per la lucida attualità del tema, trattato in modo intenso ed originale, mai didascalico e con un lieto fine che davvero stupisce (nel contesto di un dramma dove gli spiragli sono pochissimi). Il tema è quello dei milioni di fuggitivi, di profughi (non semplici migranti, come è stato giustamente sottolineato) che cercano una nuova vita lasciandosi alle spalle guerre brutali, persecuzioni, negazioni di elementari diritti, anche quello ad una vita minimamente dignitosa.

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Qui i tre protagonisti (che si fingono una famiglia per sfruttare passaporti di altri morti sul campo) abbandonano lo Sri Lanka dove ferve un conflitto interno sanguinario, per ritrovarsi “ultimi” di una periferia di “ultimi” della capitale francese, dove trovano però tutt’altro che pace.

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Lo spietato

Questo film lo potete vedere solo su Netflix, vi avverto. Ma vi dico anche che se siete dei veri cinefili e ne avete la possibilità è uno strumento di cui non potete più non disporre.

Centrale ne Lo spietato è l’interpretazione di Riccardo Scamarcio: una ulteriore conferma della sua maturità di attore di certo poliedrico, ma particolarmente bravo nelle parti tenebrose, a dare il suo volto mediterraneo e da eterno ragazzo a personaggi combattuti, borderline, più folli che cattivi (avevate visto, di recente, Il testimone invisibile? Qui la mia recensione).

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La caduta dell’impero americano

Ultima tappa di una trilogia iniziata nel 1987 con “Il declino dell’impero americano”; che continua con “Le invasioni barbariche” (2003), Oscar per il miglior film in lingua straniera: l’autore e regista è il canadese Denis Arcand, impegnato in una riflessione ultratrentennale sulle evoluzioni della nostra società, su come l’individuo si adatti alle difficoltà, spesso legate oggi alla mancanza di denaro. A una percezione della povertà, con la conseguente frustrazione esistenziale, sempre più pressante, in concomitanza del crescere dei desideri e dell’innalzarsi dell’asticella della condizione del vero benessere.

Il contesto e le tematiche di questo film mi hanno costantemente ricordato “La casa di carta” la serie spagnola visibile su Netflix: un successo planetario, che ha reso eroi dei rapinatori di banca. Milioni di spettatori che facevano il tifo per loro, per la riuscita del loro piano, di diventare ricchissimi, svuotando le casse della Zecca di Spagna. Volevano conquistare, con l’astuzia ma anche se necessario la violenza, quella ricchezza ingiustamente negata loro dalla sorte e riservata a pochissimi; volevano uscire dalla mediocrità, dalle difficoltà del quotidiano, impossessandosi di soldi appena stampati, che certamente sarebbero stati destinati a una manciata di ricconi privilegiati.

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Il campione

Avete presente quando al cinema sperate che per qualche incantesimo il film non finisca? O che il tempo si dilati e le luci non si accendano e sullo schermo continuino a scorrere le immagini di quella storia che vi piace moltissimo? A me è successo con Il campione, opera prima di un regista 42enne sconosciuto, Leonardo D’Agostini, che (incredibile!) non ha nemmeno una pagina su Wikipedia.

Con coraggio, profondità e mano da cineasta d’esperienza ha messo sul grande schermo un tema attuale e importante: quello della cronica mancanza di cultura ed educazione del mondo milionario del calcio, le conseguenze nefaste di uno sport che senza queste fondamenta si trasforma in un circo. Mettere immense quantità di denaro in mano a un ragazzino improvvisamente diventato ricco e famoso dando calci a un pallone, che effetto fa?

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Ma cosa ci dice il cervello

Squadra che vince non si cambia: il regista Milani e la protagonista Cortellesi (una coppia anche nella vita) dopo il successo di pubblico di Come un gatto in tangenziale (qui la mia recensione), il film italiano più visto dello scorso anno, tornano con una nuova commedia divertente e insieme saggia, originale nella trama, attuale nei temi, impreziosita da ottimi attori.

Il racconto parte da uno di quegli incontri spesso un po’ forzati tra ex compagni di liceo: quelle rimpatriate che spesso riservano sonore delusioni, se non più semplicemente momenti malinconici a ricordare il passato e gli anni dell’adolescenza. “I fantastici cinque”, amici inseparabili ai tempi del Liceo Classico Augusto (un istituto romano del quartiere Appio), sono Cortellesi, Fresi, Marchioni, Mascino, Pandolfi.

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Oro verde

Ve lo confesso: ho deciso per questo film, essendo un’appassionata delle serie Narcos, su Netflix. Le ho viste tutte e le considero dei preziosi documentari sulla storia non solo colombiana. Sono incentrate sul personaggio di Pablo Escobar, per estendersi a raccontare, con precisione degna di una vera cronaca (ma senza perdere il fascino della narrazione cinematografica) le vicende del cartello di Medellín e di Cali.

E gli intrecci politici tra i governi, e la progressiva esplosione del narcotraffico su larga scala in tutto il mondo; e gli eroi della DEA, l’agenzia federale statunitense che ha in carico questi crimini. Oro verde (traduzione italiana un po’ fantasiosa dell’originale Pajiarós de verano, letteralmente “uccelli estivi”) è un genere cinematografico veramente di nicchia: “epic crime” o “gangster movie”; ma in salsa antropologica, con un occhio attento e fedele al dato storico e descrittivo di una civiltà praticamente perduta.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)