Il sacrificio del cervo sacro

Impossibile raccontare anche solo in minima parte la trama di questo film ad alta tensione, che vi lascerà turbati e dubbiosi, senza “spoilerare” (come dicono gli appassionati delle serie televisive) e rovinare i piani del regista. Premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura, si distingue per l’assoluta originalità del soggetto, della storia, dei personaggi, dei temi.

Il titolo vi dà l’idea che si tratta di qualcosa di religioso, ed insieme di antico. O meglio: che racconta in qualche modo di una antica religiosità. Di quando per farsi perdonare dalla divinità oppure per ottenere qualcosa di molto difficile e desiderato, si uccideva un capro espiatorio, un animale innocente.

Non a caso, Yorgos Lanthimos è nato ad Atene, e mette nella sua ultima opera (che di Made in Usa ha solo l’ambientazione e gli attori) tutto il dramma della tragedia greca, i sentimenti ancestrali, le regole apparentemente assurde di un’epoca in cui l’uomo temeva l’invidia degli dei e cercava in ogni modo di placarla. I protagonisti appartengono all’upper class dell’Ohio: lui uno stimato chirurgo, lei una affermata oftalmologa. Hanno due figli, dotati e perfetti. Una casa meravigliosa, da ricchi, linda, ogni cosa è al suo posto, in modo quasi inquietante. Sono belli, quanto freddi, o meglio, gelidi. Notate: non si abbracciano mai, non si baciano, non alzano la voce.

Ad un certo punto, senza una ragione pianamente comprensibile, su iniziativa di Steven (il padre) si insinua nelle loro esistenze un ragazzo (Martin) proveniente da un quartiere molto diverso, da un mondo più popolare, da un passato misterioso, che si percepisce doloroso. Il pathos gradualmente sale, una spirale angosciante e senza speranza avviluppa gli spettatori. C’è una colpa da pagare e fare pagare. C’è il cuore di mezzo, le scelte tragiche. Si capisce sin dalla prima scena, una scena adatta a chi è molto resistente: si vede una operazione chirurgica con quell’organo vitale pulsante aperto, senza la protezione del corpo, del torace, della pelle e delle ossa.

Alla fine vi chiederete se tra i personaggi c’è una divinità, se si tratta di un film horror o di una storia che parla di trascendenza. Vi chiederete molte cose, soprattutto cosa avreste fatto al posto di Steven. Nikole Kidman è gelida come richiesto dal regista ed è se stessa perché a dirvela tutta ha perso molta naturalezza femminile tra un ritocchino ed una dieta ferra.

Andatelo a vedere, è potente e vi fa riflettere sui massimi sistemi, per di più al fresco dell’aria condizionata. Per me vale 3 🎬 🎬 🎬 .

Moschettieri, altro che Rambo

Favino, Mastrandrea, Rubini, Papaleo. Sono i 4 moschettieri sessantenni di Giovanni Veronesi, nelle sale a ridosso di capodanno con “Moschettieri del Re, penultima missione”. Una Basilicata che con un po’ di immaginazione diventa Francia. Su Repubblica parla il regista.

Wajib Invito al matrimonio

Di questi tempi si tende a trattare problemi complessi a suon di battute e twittate. Con un post di dieci righe buttato lì senza pensarci quella manciata di secondi che può fare la differenza (tra una stupidaggine ed una frase meditata), si pensa di potere fornire ricette risolutive; anche a questioni internazionali, a conflitti culturali, a diversità di tradizioni e fedi religiose. Al contrario, la regista palestinese Anne-Marie Jacir (che ha vissuto per molto tempo all’estero ed oggi risiede ad Haifa, in Israele) ci fa vivere quasi cento minuti di riflessione ed analisi, attraverso i dialoghi e le espressioni dei protagonisti, sui temi della convivenza forzata di due popoli in atavica contrapposizione (gli israeliani e i palestinesi) e dello scontro generazionale tra chi è legato alla tradizione e chi, anche grazie ai viaggi ed al confronto con il mondo occidentale, si sente cosmopolita e libero da tutte quelle regole secolari, ormai percepite come insopportabili.

L’occasione del racconto, sempre ironico e brillante, è l’imminente matrimonio di Amal, la sorella di Shadi, tornato apposta da Roma in Cisgiordania per partecipare, insieme al padre, al rito della consegna casa per casa degli inviti alla festa (il rito chiamato appunto Wajib). Il film è tutto qui, puntato sul giovane architetto palestinese che vive e lavora in Europa ed il genitore, uno stimato ed amato professore di scuola, ligio ai dettami della sua cultura.

Girano per Nazareth con una vecchia Volvo malconcia, battibeccano in continuazione su tutto, dal fumo al rapporto con gli israeliani; sembra impossibile, man mano che i discorsi si fanno più profondi, che tra loro possano ritrovare un dialogo armonioso. Shadi è di idee progressiste, nella capitale italiana vive con una ragazza appartenente ad una famiglia legata all’OLP. Si è allontanato non solo fisicamente dalla sua famiglia di origine; il padre è un uomo mite e buono ma non mette in discussione la religione, i riti e le convinzioni del suo popolo.

Accetta con bonomia certe “prepotenze” dei “coinquilini” dei territori, non riesce a comprendere il senso di ribellione del figlio. Il mondo a Nazareth è chiuso e fermo, ci si deve adattare alla sporcizia ed al malgoverno, alle case malconce, alle bruttezze estetiche dei palazzi scrostati e ricoperti di teli e reti di plastica (un pugno nell’occhio per l’architetto Shadi, che forse viveva in una Roma diversa e libera dalla spazzatura…).

L’occhio della regista è benevolmente critico di fronte alle famiglie tradizionali visitate dai due, alle domande pressanti a Shadi (sei sposato? Hai figli? Quando torni a vivere qui?) che tradiscono conformismo e assenza di evoluzione culturale. Alla fine, dopo tante parole e anche scambi accesi di idee, portiere sbattute e apparenti chiusure definitive, padre e figlio, simboli di opposte visioni di vita, trovano un punto di incontro, facilitati dall’affetto reciproco e dal sotteso desiderio di rendere felice Amal con un matrimonio celebrato in armonia, originalmente in una stagione invernale (a Nazareth è Natale e in molte case ci sono gli abeti addobbati!). A riprova che parlarsi serve, che non bisogna erigere muri se si è diversi: ma non arrendersi e continuare a cercare di capirsi.

Una posizione coraggiosa per un film palestinese, per di più candidato agli Oscar 2018 come miglior lungometraggio dal Paese mediorientale. 3 ciak 🎬🎬🎬, cercatelo, anche se non è facile, nei cinema di inizio estate.

Tito e gli alieni

Sono una fervida ammiratrice di Valerio Mastandrea, per questo non ho voluto perdere l’opera seconda di Paola Randi (dopo Into Paradiso, una commedia tutta napoletana, che ha in comune con Tito e gli alieni un ottimo attore partenopeo: Gianfelice Imparato, qui nella parte del fratello morto, che parla con delle registrazioni video postume). Il film è un’invenzione originale e a tratti surreale, con trovate incredibili e divertenti, per parlare di un tema assolutamente terreno e appartenente a tutti: quello del dolore della perdita delle persone amate, della morte, degli interrogativi ad essa legati.

Del “cosa c’è dopo”, e se guardando in cielo possiamo avere la speranza di scorgere una luce o una voce che ci riporti ai nostri affetti. Il protagonista è un professore napoletano che vive in pieno deserto del Nevada per eseguire un esperimento scientifico misterioso, legato ai suoni dello spazio, alla ricerca di un collegamento con l’aldilà.

C’è un divano nel nulla dove lui sta sdraiato, con degli strumenti di ascolto per mettersi in contatto con mondi (forse alieni). Sono anni che sta lì, senza grandi risultati. Non sono però gli extraterrestri quelli che cerca il Professore: ma la voce della sua amata moglie, persa da qualche anno prematuramente. Irrompe nella vita assurda del personaggio (interpretato in modo perfetto da un Mastandrea non romano ma napoletano) la morte del fratello, che gli spedisce oltreoceano i figli rimasti orfani.

Un bambino, Tito, che dà il titolo al film, per quanto è importante nel racconto, ed un’adolescente, Anita: entrambi credono di andare a vivere a Las Vegas, da ricchi, in una villa con piscina. Ed invece si ritrovano sotto le stelle e tra le pietre, lontani ore dalla “civiltà”, con unici contatti umani una comunità di yankees strampalata e affettuosa. Il racconto è godibile e divertente, un plauso meritano Luca Esposito e Chiara Stella Riccio, i nipoti catapultati da Napoli, che giorno per giorno imparano a capire chi è questo zio apparentemente lontano ed un po’ folle. E si appassionano della sua stessa missione, nel tentativo di entrare in contatto con il padre.

Il film mi ha ricordato Coco, lo splendido lungometraggio di animazione della Disney premiato agli Oscar. Nella stesso modo mi ha commosso moltissimo, sono uscita dal cinema con la medesima sensazione di consolazione. Perché non c’è uomo che non tema il distacco da chi ama, e l’idea di non potere più vedere quella persona o sentire la sua voce. Come sarebbe bello se ciò che racconta la regista fosse vero, come sarebbe bello se ci fosse un’altra dimensione rassicurante. Se non ci fosse la parola fine a tutto e potessimo ancora, in qualche modo, rincontrarci dopo la morte. Ah dimenticavo: la frase del film è “Credo agli alieni quanto credo al matrimonio”, detta dalla wedding planner che fa da autista al Professore. La trovo divertente e personalmente la condivido.

È consigliato a chi sta soffrendo per una perdita, fa davvero bene. 4 ciak 🎬🎬🎬🎬 per l’idea e per la dirompenza della scena finale.

La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

Raccontano luoghi che conoscono bene, perché è in uno di quei quartieri che hanno vissuto. E dalla scena iniziale capite subito che quello che sta per succedere è fuori dal mondo, lontano dal “sistema”, slegato da ogni ordine e giustizia. Un piazzale di Ponte di Nona, intorno case popolari colorate, una vecchia Panda ferma con due ragazzi a bordo. Che mangiano, masticando rumorosamente e insieme parlando in modo concitato tra loro. Mirko e Manolo sono compagni di scuola e di scorribande, di espedienti per sbarcare il lunario, accomunati da famiglie disastrate e genitori disperati e rassegnati ad un’esistenza marginale e ogni giorno durissima; allo squallore del quotidiano ed alle cose che non vanno mai per il verso giusto.

La riuscita del film dipende molto dalla bravura dei due protagonisti, anch’essi esordienti: Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano (quest’ultimo intenso e talentuoso come un giovane Elio Germano). Non ci sono sbavature nei dialoghi, che a volte si fa fatica a capire completamente. Sono grugniti, un romanesco aspro, adatto a rapporti basati sulla violenza e cementati dalla sopraffazione. La trama è avvincente, perché contiene un evento fatale, quelli che sono capaci di cambiare il corso delle cose.

Questo evento irrompe nell’amicizia dei due ragazzi e la trasforma in una complicità tra killer. Fa emergere di che cosa era composto il loro mondo, chi comandava, chi poteva distribuire potere di vita e di morte e soldi. Molti soldi. Mostra senza veli la totale assenza, in quelle zone urbane, dello Stato, delle forze dell’ordine, di qualsiasi forma di controllo e di protezione delle persone che decidono di non delinquere o che semplicemente non hanno la possibilità di scegliere, tanto sono irrilevanti e deboli.

Emblematica la figura della madre di Mirko, l’unica che cerca (inutilmente) di avere un’esistenza normale in quella giungla di cemento. C’è anche Luca Zingaretti, nel ruolo del più cattivo e spietato di tutti. Il boss, che si approfitta dell’ingenuità avida di quei ragazzi: delle conseguenze non gli importa nulla. La vita umana vale come quella di una formica e se si schiaccia nessuno si volta indietro.

Solo con l’ultima scena ho capito il titolo, che è potente come il film: l’abbastanza è un accontentarsi di ciò che si ha, ma senza alcun significato positivo. Vuole dire non avere aspirazioni, subire passivamente le regole sovvertite del quartiere, non provare nemmeno a uscire da quei confini. Il contrario di ciò che hanno fatto i gemelli D’Innocenzo. A riprova che il talento premia ancora. Una grande, grandissima consolazione.

Mi è piaciuto, per me vale 4 ciak 🎬 🎬 🎬 🎬

Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)