La melodie

Se avete bisogno di curare un po’ di ferite e di riconciliarvi con l’umanità, ritrovando un pizzico di ottimismo, andate alla ricerca di questo piccolo gioiello del cinema francese.

Ci sono due attori bravissimi, Kad Merad, nelle vesti dell’eroico insegnante di violino, e Samir Guesmi (visto da ultimo nell’originale L’effetto acquatico, consigliato), che interpreta il professore di musica della scuola. La storia è ambientata alla periferia di Parigi, dalla cima dei palazzoni si vede la tour eiffel e la ruota panoramica, lontane e luminose, simboli di un altro mondo.

Diverso ed estraneo da quello vissuto dai ragazzi protagonisti, alunni della classe di violino, un gruppo eterogeneo e inizialmente rissoso, conflittuale: le loro origini sono diverse, ma sono uguali nelle difficoltà del quotidiano, nelle situazioni familiari non proprio corrispondenti a modelli di perfezione.

All’inizio sembra impossibile persino che quella ciurma rimorosa riesca a tenere tra il braccio ed il mento il misterioso strumento a corda, dal quale possono uscire suoni scordati o melodiose note. Ma alla prima lezione il maestro fa ascoltare loro qualche secondo di un pezzo classico: sembra un incantatore di serpenti, perché alle urla e alle liti si sostituisce un silenzio solenne, un ascolto rispettoso. Ed il rispetto di quei turbolenti alunni Simon se lo conquisterà giorno per giorno, infondendo in loro, quasi miracolosamente, la passione di suonare insieme, prima dell’ambizione di diventare violinisti.

Con una pazienza incredibile per le loro intemperanze, si insinua nelle vite di ciascuno, tirando fuori il meglio anche da coloro che sembravano senza speranza, come ogni buon insegnante dovrebbe fare. Si accorge della bravura innata di Arnold, un ragazzo di origine africana, che vive solo con la mamma, nemmeno sa chi è suo padre ma non si rassegna a vivere senza.

La bellezza del film è la rara delicatezza dei sentimenti e del modo di narrarli, nulla è scontato o sdolcinato, il lieto fine del concerto è del tutto incerto, come lo è la riuscita di ogni lezione di violino. Il piccolo Arnold, alla prova più importante, dimostrerà cosa è capace di fare e di avere saputo prendere dal maestro la sicurezza in se stesso e la serenità e la forza di affrontare qualcosa di importante. Ascoltate qui https://youtu.be/obPucSY6sig il pezzo sublime suonato dai ragazzi nel momento in cui sono riusciti a diventare una cosa sola: Scheherazade di Korsakof.

È un film sul potere della musica, della comprensione, dell’umiltà. Pensate quanto è prezioso.

4 ciak per me 🎬🎬🎬🎬

Cosa dirà la gente

Il titolo di questo film non è un granché, mi ero anche chiesta se fosse una delle libere interpretazioni in italiano di più efficaci espressioni in lingua originale. Invece no: è la traduzione testuale di “what will peaple say”, perché è davvero centrale nella storia molto autobiografica raccontata dalla regista norvegese (di origini pachistane) Iram Haq il tema del conformismo: il terrore del giudizio negativo della comunità, che consegue alla violazione delle sue regole secolari.

Le vite dei protagonisti sono profondamente condizionate dal macigno dell’occhio dei vicini, che polverizza ogni libertà e prescinde dal fatto di trovarsi in nord Europa a migliaia di chilometri dalle tradizioni del paese di origine. Nisha è un’adolescente a Oslo: le piace vivere, ballare, giocare a basket sotto la neve, studiare matematica. Le piace divertirsi con gli amici, si innamora e disamora in ventiquattr’ore, è perfettamente integrata in quel mondo, dove i biondi, i neri, i rossi si distinguono solo per colore, sono cittadini dello stesso, civilissimo, luogo.

Quando torna a casa però trova il mondo ultratradizionale del Pakistan da cui proviene la sua famiglia: dominato da dettami sessuofobi, imposizioni medioevali, violenze assurde. Tutto ciò dietro un’apparenza di normalità, persino di affetto e di calore, condizionati però al rispetto di quelle regole totalmente anacronistiche e fuori luogo nella gelida capitale norvegese.

La regista racconta se stessa, perché anche lei ha subito la “deportazione” nel paese di origine, dal padre padrone e dalla madre passiva e remissiva nel subire l’allontanamento della figlia, solo perché non accetta di dovere sposare o fidanzarsi con un uomo non scelto da lei ma dai genitori. Fa male questo film, vi farà soffrire, perché è drammaticamente vero ciò che vedrete. Le scene girate in Pakistan sono forti, impietose, un pesante atto di accusa che farà arrabbiare moltissimo, secondo me, le “autorità” di quel paese asiatico dove i diritti delle donne, evidentemente, sono ancora al palo.

Quella che emerge da una storia che sembra essere senza speranza è l’energia di Nisha: è indomita, non si piega di fronte ad alcuna sopraffazione, è comunque più forte lei. Non rinuncia alla vita, anche in situazioni in cui molte lo avrebbero fatto, oppure avrebbero scelto di cedere. Di accettare gli schemi di un’esistenza sempre uguale da secoli, il matrimonio combinato e il sacrificio di essere l’ombra degli uomini, padroni e dominatori. Infatti, il finale è davvero splendido, vi restituirà la forza che per più di un’ora avrete sentito scivolare via, amerete la Norvegia ed i suoi efficienti servizi sociali, vi verrà voglia, come è successo a me, di sapere qualcosa di più della ideatrice di questa storia di sofferenza, riscatto e libertà.

Merita 4 ciak il film, per la sincerità ed il coraggio, ed anche per l’ottima prova degli attori (il padre aveva lo stesso ruolo di genitore del protagonista de La vita di Pi).

Loro 2

Se la prima parte di quest’opera non mi aveva convinto completamente (mi ero però lasciata la riserva di giudicare il film completo), dopo aver visto Loro 2 non posso che consigliarvi di non perdere assolutamente entrambi. Anzi, secondo me, sarebbero da vedere uno dopo l’altro, perché se ne comprende meglio il significato complessivo, si capisce bene quale sia lo scopo ultimo di Sorrentino, che non a caso ha intitolato il lungometraggio “loro” e non “lui” (ricordate: il nome con cui Berlusconi era rubricato sul cellulare del personaggio interpretato dalla Smutniak).

L’occhio, spesso impietoso, sardonico, canzonatorio, del regista è puntato, più che sul personaggio di Silvio, sul circo che gli ruota intorno. Su “loro”, appunto. Tutta una fauna sgambettante e poco vestita di ragazze disposte a tutto per riuscire ad entrare in contatto (anche ravvicinato) con l’uomo più ricco e potente d’Italia. Mezze figure di uomini, politici, faccendieri, finti amici, che lo osannano e gli manifestano affetto attendendosi in cambio una ricompensa: sotto forma di incarichi, denaro, favori, occasioni per “svoltare” da esistenze mediocri.

Tra le due parti del film c’è una escalation: cresce il numero dei questuanti che circondano Berlusconi, lo ricattano, tentano di rovinarlo diffondendo registrazioni o immagini compromettenti. Ognuno di noi ricorda la storia recente, ed il film la racconta molto da vicino, ancora una volta, secondo me, “graziando” il protagonista. Già, perché nei giorni della riabilitazione giudiziaria di Berlusconi (e dunque della sua rinnovata possibilità di candidarsi o farsi eleggere in cariche istituzionali), esce un’opera che, anziché dipingerlo come un mostro (cosa che molto si aspettavano, forse anche lo stesso Silvio), lo descrive in modo molto umano. Gli dà diritto di replica alle accuse che gli vengono rivolte per bocca di Veronica Lario.

Vi consiglio massima concentrazione sulla scena dell’ultimo dialogo tra i due coniugi: lei gli rinfaccia le ragioni per cui vuole porre fine al matrimonio, gli butta addosso il disprezzo che ha serbato per anni, sembra essere la portavoce di quei milioni di italiani che prima lo hanno acclamato e visto come il salvatore della patria e poi lo hanno disprezzato e rinnegato. Il quadro che esce dal discorso di Veronica è Berlusconi come “il male assoluto” (vi ricorda qualcuno?). Ma Sorrentino, dopo il monologo di lei, concede a lui un contraddittorio pieno: una difesa a tutti gli effetti, a mio avviso più pungente dell’attacco (ma giudicate voi: sarei curiosa di sentire opinioni differenti!).

Certo, nella storia, sono diversi i momenti umilianti, dai quali emerge fortissima la paura della vecchiaia e dell’irrilevanza. Ma nel complesso, il personaggio Berlusconi non esce sconfitto da queste ore di cinema: al contrario di “loro” e forse, in particolare, delle donne che lo hanno circondato, sempre, evidentemente in modo non autentico. Con una finalità, uno scopo materiale. Questo è davvero triste, e viene fuori l’estrema solitudine dell’uomo, nonostante il successo, i soldi, le infinite possibilità di realizzare ogni desiderio.

Infatti, per me, la scena più bella e significativa dell’opera intera è quella con cui esordisce questa seconda parte: Berlusconi a tu per tu con il socio ed amico Ennio Doris (quello di Banca Mediolanum, per intenderci) interpretato magistralmente dallo stesso Servillo, che si sdoppia nel medesimo contesto in un duetto che, vi assicuro, vale il prezzo di entrambi i biglietti. In quei minuti si snocciola la verità, capirete molto di Berlusconi e del berlusconismo, ci sono chiavi di lettura importanti nel discorso tra i due. La frase del film, anche: “l’altruismo è il miglior modo per essere egoisti”, ecco il consiglio che viene dato a Silvio. Per fare bene il tuo interesse devi mostrarti generoso. Una regola che lui ha applicato pedissequamente, a volte non rispettando regole “superiori” ma evidentemente ottenendone per sé enormi risultati. “Io conosco il copione della vita” dice Berlusconi, e forse, venendo ciò che accade oggi sotto i nostri occhi, un po’ di ragione bisogna dargliela.

Non voglio “spoilerare” il finale, ma gli ultimi minuti saranno durissimi da vedere per gli aquilani, dato l’estremo realismo del film (ed anche qui, non credo di sbagliarmi, Silvio, inaspettatamente per me, non ne esce con le ossa rotte).

La valutazione è 4 ciak 🎬🎬🎬🎬!

L’isola dei cani

Se avete amato Grand Budapest Hotel, sappiate che con questo film l’originale regista statunitense vi stupirà e farà pensare; vi porterà nel futuro di vent’anni, in un Giappone disegnato e onirico, raccontandovi però la realtà di oggi, i rischi di ogni dittatura, le conseguenze delle emarginazioni, i danni che conseguono al mettere a tacere la scienza a favore della paura e delle superstizioni.

Attraverso la tecnica di animazione dello stop motion (se siete interessati ad approfondire leggete qui:, Anderson porta lo spettatore in un mondo dove i cani sono umani (parlano una lingua comprensibile) e gli uomini no, si sono fatti convincere da un sindaco dittatore che quelli che erano da sempre i migliori amici dell’uomo sono pericolosi per l’uomo.

Una malattia che secondo le autorità sarebbe incurabile ed epidemica le porta ad esiliare tutti i quadrupedi (strappandoli alle loro vite tranquille ed ai loro affetti ed abitudini) su un’isola da sempre utilizzata come discarica, raggiungibile solo con una funivia. I protagonisti della storia sono loro, i cani, abbandonati e dispersi in un luogo da incubo, senza cibo, senza casa, senza amore. Un lager (notate la citazione con l’immagine della cancellata di ingresso a Auschwitz) finalizzato ad annientarli ed a fare dimenticare loro chi erano, prima di essere respinti ed abbandonati.

Ma grazie all’arrivo di un ragazzino dodicenne, alla disperata ricerca del suo amico adorato, “deportato” contro la sua volontà, il destino dei cani cambia, ritrovano se stessi, l’energia di non arrendersi al dittatore. Ho trovato bellissimi i dialoghi, volutamente lenti, a volte, ripetitivi, rassicuranti. Come la votazione fatta per prendere ogni decisione, sapendo di essere 3 contro 1 e di vincere sempre. Ci sono immagini che vi verrà voglia di fotografare, come le sequenze che mostrano come si cucina il sushi e il sashimi. Ma non è un esercizio estetico quello di Anderson: è una profonda riflessione sull’amicizia, sulla libertà di pensiero, sulla capacità di reagire ai soprusi, sulla positività della scienza sull’oscurantismo, sulla stupidità dei dittatori, spesso osannati da un popolo altrettanto stupido. Un film adatto anche ai più piccoli, ma pensato per gli adulti.

Messaggi semplici e chiari, quelli che servono oggi, per guardare oltre le cortine di nebbia appositamente create dagli imbonitori solo assetati di potere per sé. Imparate dai cani alfa, liberatevi della spazzatura e non dimenticate chi eravate, prima di essere umiliati dal primo prepotente che capita!

Io lo quoto a 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬!

L’amore secondo Isabelle

Di questo film ho letto che l’autrice della sceneggiatura è Christine Angot, nota in Francia come maestra del romanzo autobiografico, della descrizione dei sentimenti all’interno della famiglia. In realtà, proprio la sceneggiatura è ciò che mi è piaciuto di meno e mi ha stupito scoprire che fosse “di autore”: ho trovato i dialoghi davvero noiosi, privi di quella tipica brillantezza del cinema francese, involuti e anche un po’ vuoti, estremamente superficiali. Tanto che non mi è capitato di dovermi appuntare, come sempre succede, “la frase del film”.

Ho anche pensato che fosse voluto quel loop di conversazioni a due sempre sugli stessi temi, intorno all’amore, il sesso, il rapporto di coppia, i comportamenti, le ripicche, le vendette. Di questo infatti, e solo di questo, senza una reale trama, parla il film, che è tutto incentrato su una figura femminile: la bella cinquantenne Isabelle, divorziata, con una figlia di dieci anni, che però, in tutta la storia, si vede soltanto per qualche istante. Non a caso, credo: nella vita di Isabelle non c’è spazio nemmeno per la maternità, il suo unico pensiero, quasi ossessivo, è trovare un uomo che la ami stabilmente, trovare l’amore vero. Invece, si imbatte in una delusione dopo l’altra, in illusioni fatue capaci di portarle solo qualche notte di apparente felicità.

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Arrivano i Prof

Il film è ispirato a un fumetto francese a sua volta diventato un film, Les Profs, ed è davvero extra light, adatto agli under 18, che forse si identificheranno nei “maturandi” del racconto, e a chi non è in vena di avere pensieri per 100 minuti.

Fa (abbastanza) ridere, soprattutto grazie alla naturale bravura di Bisio e Di Biase, rispettivamente nelle vesti del professore di matematica e della insegnante di inglese. Ha il limite che le gag comiche sono “spezzate”, brevi, si susseguono una dopo l’altra, quasi si trattasse di un varietà. Manca una vera amalgama registica ed anche un equilibrio tra gli attori, alcuni molto più adatti ad una fiction da prima serata che al grande schermo, anche della commedia.

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La casa sul mare

Il botteghino per ora non premia questo film francese, di un regista noto oltralpe per essere capace di descrivere l’amore ed i sentimenti più intimi. I siti web di cinema lo qualificano come “drammatico” ma la storia raccontata da Guédiguain è un semplice spaccato di vita “normale”, di persone “normali”, che hanno superato la mezza età, per diversi motivi a disagio con il mondo che li circonda.

La crisi che ciascuno vive si acutizza a causa della malattia del padre: i tre fratelli, che da anni non condividevano alcunché, si ritrovano nella vecchia casa sul mare costruita dai genitori quando erano ragazzini, incastonata in un calanco sulla costa marsigliese. Uno di loro, Armand, non si è mai allontanato, ha continuato a gestire il ristorante voluto dal padre per omaggiare un ideale di sinistra, di dare cibo buono a tutti. L’altro, Joseph, è un intellettuale inespresso, che si presenta ai familiari accompagnato da una compagna giovanissima, quasi una figlia quanto a differenza di età, che però ben presto si comprende essere già molto lontana da lui ed in procinto di lasciarlo, per un uomo più giovane e per un’esistenza più veloce. La sorella, Angele, è una famosissima attrice teatrale, ha accumulato denaro e notorietà e sono anni che non torna a casa.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)