Negazione di un amore

Dove non ho mai abitato. Basta il titolo di questo film, che vi consiglio di non perdere salvo che non siate alla ricerca di una pellicola scaccia pensieri, per capire che, al di là della locandina, il racconto è di una negazione. Dell’amore, innanzitutto. Delle proprie autentiche doti e dell’essenza di sé. Della casa come luogo di condivisione di vita. Invece, sfilano davanti allo spettatore, in questa storia, dimore bellissime e ricche, originali e artistiche, una vera gioia per gli appassionati di architettura. 

Dentro però, tra quelle mura preziose, i protagonisti hanno esistenze veramente infelici. Eppure Francesca, Manfredi e Massimo, i tre protagonisti, hanno talento da vendere; hanno o potrebbero avere successo e realizzazione. Hanno ricchezza, amici adoranti, mariti rassicuranti, fidanzate accomodanti. Tutti inutili participi presenti, perché loro sono irrimediabilmente soli ed infelici. Come vi dicevo. Il film racconta negazioni. E vedendolo, mi sono domandata perché: il contesto infatti è di grande ed obiettiva bellezza.

Torino aiuta, in questa direzione. L’unica capitale francese d’Italia. Aiutano gli oggetti di prezioso design, i cappotti di Armani di Francesca, il suo appartamento di Lusso a Parigi. Quindi perché. Perché sono tutti infelici, loro e chi li circonda. Perché la negazione.

La risposta l’ho trovata. E per me sta tutta nel rapporto con il padre e forse anche con la madre. Insomma, nasce da lì l’infelicità. Direte: è banale. Invece no. Perché fa bene riflettere su questo, su quanto sia importante costruire da quel nucleo primordiale la struttura e la capacità di affrontare la vita di una persona. Spesso non basta essere un genio per essere un buon padre o una buona madre. Anzi, forse, il segreto (ma non lo so: anche io ci sto provando) è mostrare le proprie imperfezioni e farsi amare per come siamo.

Alcune notazioni critiche: lei, Emmanuelle Devos, non c’entra nulla con lui (fisicamente intendo). Quell’amore in nuce non mi ha emozionato, perché i protagonisti erano disarmoniosi. Dieci però a Gifuni, bravo e credibile nel suo ruolo. E dieci a Giulio Brogi: ero sempre alleata con lui, anche quando faceva ingiuste partacce alla figlia Francesca.

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