La la land

Io ve ne parlo, anche se molti di voi, lo avrete già visto: se così fosse, fatemi sapere se condividete il mio punto di vista che è quello davvero stupefatto di chi esce dal cinema, come raramente avviene, quasi imbambolato dalla bellezza non ordinaria dispensata dalla pellicola.

Già, perché questo, secondo me, non è un film “normale”: per oltre due ore ti porta via dall’ordinarietà, nonostante la semplicità della storia e dei temi che affronta. Di straordinario ci sono gli attori protagonisti, la musica, il jazz, le coreografie, l’intreccio tra realtà e sogno, tra racconto e canto. Ci sono momenti in cui sembra un cartone disneyano, a tratti ricorda i vecchi film con i maestri di tip tap: celebra l’America in cui c’è posto per tutti e dove ogni aspirazione, anche la più ardita, può trovare realizzazione. L’America del grande cinema e della forza liberatoria e rivoluzionaria del jazz. “Largo ai ribelli, a chi sa smuovere l’acqua dal mare”: questa è l’energia che anima i due protagonisti.

Lei, appassionata di recitazione, sogna di diventare una grande attrice. Lui, appassionato di jazz, sogna di aprire un locale dove suonare quella musica anarchica al pianoforte. Le loro vite si incrociano casualmente più volte fino a che non si accorgono l’uno dell’altra, a prima vista, quando si guardano negli occhi. La storia d’amore va di pari passo con la graduale realizzazione di quei sogni e con la condivisione delle passioni per la musica ed il cinema. Lei comprende la grandezza del jazz, prima sconosciuto e lui la sprona a non mollare, nonostante i provini quotidiani abbiano sempre esito negativo.

Come spesso capita però la vita, mentre dà, prende, porta via. Il romanticismo puro della loro storia deve fare i conti con le scelte, e non è detto che ad uno di quei bivi (sliding doors) qualcosa possa andare perduto. Mi ha colpito una domanda che lei fa a lui, ad un certo punto, per capire: “noi dove siamo?”. Ché a volte senza accorgercene, nella convinzione di fare “la cosa giusta”, tradiamo noi stessi e chi amiamo, deviamo le nostre aspirazioni irrimediabilmente, fino a trovarci ad punto senza ritorno o in cui il ritorno è talmente arduo da apparire impossibile.

La leggerezza, che nella prima parte del film davvero sembra non dovere finire, cede il passo alla riflessione e ciascuno spettatore si chiede “cosa avrei salvato?”. Io lo so, ma non ve lo dico, sennò vi faccio capire il finale. Mi piacerebbe leggere qualche vostro commento.

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