Irrational man

Un incondizionato amore per Woody Allen mi porta non solo ad andare a scatola chiusa a vedere ogni suo nuovo film ma anche a storcere il naso quando leggo i commenti negativi dei “veri” critici cinematografici, sui giornali, che dicono (quasi come un refrain, anno dopo anno) che Allen sta diventando una fotocopia di se stesso, ormai privo di originalità. E che la nuova opera nulla aggiunge a quelle mitiche del passato. 

E via di questo passo, che a me (che non sono un critico, ma un quisque de populo) viene da pensare: fallo tu, un film così. Detto questo, vi do qualche suggestione, spingendovi vivamente ad andare al cinema a vedere il film che, lungi dall’essere banale e privo di sostanza, trova vera linfa nella filosofia, veicolata attraverso le originali lezioni del fascinoso professore Abe Lucas (Joaquin Phoenix).

Ci sono due temi portanti, che ritrovate nelle anse della storia: la morale kantiana (l’imperativo di dire sempre la verità, in ogni situazione, anche estrema) e il caso, la casualità con cui gli eventi si inanellano (vi ricordate Match point?). I dialoghi sono intensi, pieni di citazioni anche poetiche. Diverse le battute da ricordare, una costante di Woody, come la preziosità della colonna sonora (Bach, l’iperrazionale, come Kant; il solito selezionato jazz, ovvero l’improvvisazione, richiamo della causalità).

Ve ne dico una, del professore, alla disperata ricerca di una ragione di vita che lo scuota dal torpore esistenziale e letterario in cui è caduto da oltre un anno: “non riesco più a trovare sollievo in quell’antidolorifico affidabile che è l’orgasmo”. Poi però, per un caso, quella ragione di vita la ritrova, e non è certo la storiella di sesso, spesso mediocre, con la collega Rita (pazza di lui e disposta a tutto per averlo, proprio per il suo essere così spostato dalla normalità); e nemmeno, paradossalmente, il “fidanzamento” con la brava e giovane studentessa Jill (Emma Stone), che lo vorrebbe “regolarizzare”, con cene in famiglia e romanticismi vari (dove lui è chiaramente un pesce fuor d’acqua: ma perché questa mania di cambiare le persone che si amano?). È un atto estremo, quello che gli fa ritrovare il senso, la voglia di vivere, gli fa tornare fame, gli scatena l’eros, perduto da tempo nei meandri della sua mente offuscata dall’alcol. Ma è anche un atto contrario alla morale, che viola un precetto cardine della convivenza umana: non uccidere. Ma vale anche quando uccidere è un modo per fare giustizia sostanziale? Per eliminare un essere malvagio e corrotto che rovina la vita di poveri innocenti su cui esercita, abusandone, il proprio potere?

Ecco gli interrogativi, cui le due donne rispondono in modo antitetico, e forse già immaginerete come, da questa breve descrizione. Ma a sparigliare le carte arriva il caso. Sotto forma di una piccola torcia vinta al luna park dopo avere azzeccato un numero (il 17) alla roulette. Se quegli interrogativi li porrete anche a voi stessi (io l’ho fatto, con una risposta sorprendente anche per me), avrete una chiave di lettura in più del vostro animo. Che poi a questo serve la filosofia. A speculare sull’uomo. Ed anche un po’ il buon cinema. Che dite?

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