Una questione privata 

Non è impresa banale fare un film tratto da un capolavoro letterario. Si rischia molto, soprattutto perché il pubblico che lo andrà a vedere, in larga parte, avrà in mente le pagine del libro e sarà portato a confrontare. 

Inutile dire che spesso il paragone va a scapito del film: il risultato della necessità di tagliare ed adattare e del fatto che il lettore si crea un’immagine dei personaggi che può non corrispondere all’interpretazione degli attori scelti. “Una questione privata” è ispirato all’omonimo romanzo, bellissimo, di Beppe Fenoglio: una storia d’amore in tempo di guerra.

L’amore è solo accennato, tratteggiato leggermente, come con una matita, confini sfumati: tra Milton, un giovane studente arruolato nei partigiani e Fulvia, una ragazza di “buona famiglia”, di grande personalità, attrattiva e piena di vita. La guerra è quella civile, brutta, crudele e fratricida, che ha portato alla liberazione dal nazifascismo, lasciando dietro di sé una scia di sangue insensata (come sempre succede, per qualsiasi guerra). I fratelli Taviani (non mi meraviglia) riescono a costruire un’opera fedele ed insieme originale a quella di carta: è ricreato perfettamente il clima nebbioso ed ovattato del basso Piemonte, il contrasto tra il quotidiano pericolo di vita e il desiderio di avere un futuro e di vedere che succede dopo quella guerra. Il film è costruito su un continuo cambio di tempi, flashback, tra episodi del recente passato (sempre di guerra, ma ancora senza il coinvolgimento diretto dei protagonisti) ed il presente, dove quei momenti sono un ricordo confortante, una ragione di vita, qualcosa cui aggrapparsi.

Ho trovato geniale che la memoria del passato fosse legata ad un brano musicale: il pensiero di Fulvia nella mente di Milton è riconoscibile dagli spettatori perché si sente in sottofondo “Over the rainbow”, il pezzo che ascoltavano e ballavano insieme “prima”. Quando c’era ancora il tempo e la possibilità di ballare e di guardarsi negli occhi, da vicino. C’è una scena molto intensa, della “vita di prima”, in cui, dopo avere ascoltato il disco per l’ennesima volta, Fulvia dice “Mi piace da svenire.

Quando finisce senti che qualcosa è veramente finito”. Ciò che emerge dal film, come dal libro, è la crudeltà cieca di quel conflitto: ci sono momenti davvero drammatici, che generano disperazione, come l’episodio raccontato con la stessa crudezza stilistica di Fenoglio della bambina sdraiata sull’erba, ancora viva, unica sopravvissuta della sua famiglia. Quando i contadini erano sterminati, nella guerra tra bande che stava diventando il conflitto mondiale. Merita una menzione Luca Marinelli (Milton) che conferma (anche rispetto agli ultimi lavori, come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, David di Donatello come migliore attore non protagonista) di essere davvero bravo nei ruoli anche più difficili, dove la sua espressività esasperata dà ai personaggi che interpreta un plusvalore prezioso.

Il finale è del tutto originale dal libro, ma mi è parsa una scelta giusta, più che altro una scelta, rispetto alla sospensione lasciata da Fenoglio nelle sue ultime pagine. Per me è un film imperdibile; ma soprattutto è imperdibile il libro. Quindi, se non lo avete già fatto, vi consiglio di leggerlo, non è nemmeno necessario guardare dove ed a che ora lo proiettano.

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