Cuori puri

Questo film, opera prima del regista ed esordio o quasi per i due giovanissimi protagonisti, si pone nel filone del cinema italiano neorealista, molto legato a Roma, che mi sono resa conto essere ormai diventato un genere, nonostante lo snobbismo sottovalutante della critica e persino dei siti web di cinema.

Un filone che propone con diversi livelli di approfondimento, ironia o durezza, temi legati all’esistenza difficile di chi stenta a fare quadrare i conti con il quotidiano, tra la mancanza di lavoro, i disagi familiari, l’illusione o l’esaltazione o il dolore legati all’amore. Anche questo è un film di periferia, ambientato a Tor Sapienza, in luoghi di confine con i campi ROM. Ad arricchire la storia di Agnese (18 anni) e Stefano (25) c’è il rapporto con la religione, con i limiti, con i consigli della mamma (una Barbara Bobulova quasi irriconoscibile ma perfetta in un insolito ruolo di cattolica fanatica e genitrice ottusamente inflessibile).

Pensate che Cuori puri è anche il nome di un movimento che promuove la castità tra fidanzati prima del matrimonio (ci ho messo un po’ a convincermi che non fosse una bufala: andate a vedere la pagina FB, come prova del nove!). Non credo sia casuale la scelta del titolo: le magliette indossate da Agnese e dalle ragazze della parrocchia sono le stesse che si trovano sul sito internet di quel movimento, con citazioni evangeliche sulla (necessaria) purezza dell’amore. Il racconto però, in sottile antitesi e provocazione, parla di due cuori puri “davvero”: Agnese e Stefano, nonostante le assurde restrizioni e lo squallore ed infelicità da cui sono circondati, si innamorano come in una favola. E fanno crollare tutti i muri, le “regolette” e le punizioni diventano un ostacolo da saltare senza voltarsi indietro.

La bellezza del film è però data dalla complessità della riflessione che svolge: infatti il parroco, trascinatore di adolescenti, è un personaggio molto positivo (forse la percezione è aiutata dalla interpretazione di Stefano Fresi). Il regista “salva” la chiesa di frontiera che argina il bullismo la violenza la droga la dissoluzione di ogni valore umano. Gesù è descritto come un navigatore che ricalcola il percorso e ti riporta sempre a casa. Il prete dà speranza, in un mondo che sembra del tutto ingeneroso; ma in cambio vuole promesse e rinunce. Come vi dicevo, la vera via di uscita da quello che appare un vicolo cieco senza è, per i due protagonisti, innamorarsi. Quel sentimento autentico e improvviso rende puro tutto: il sesso, oggetto di anatemi; la ricerca della felicità; il rifiuto di rinunciare a se stessi in nome di principi talmente superiori che non si riesce nemmeno a capire chi li abbia stabiliti. Io penso: sicuramente un masochista, oppure uno (o una) che non si è mai innamorato.

Quando il film finisce rimane comunque l’amarezza dei nodi irrisolti che lascia sul campo: in particolare quello del rapporto con lo straniero, con il diverso, con il nero e lo zingaro. Qui i ruoli sono continuamente ribaltati, tra vittime e carnefici: ma sempre con un sottofondo di odio, violenza e disprezzo che non può che portare al peggio, come un germe patogeno messo in circolazione nell’organismo.

La scena peggiore, che mi ha fatto proprio male: quella della rapina all’alimentari di un ragazzo del Bangladesh. C’è da chiedersi se è davvero questo il nostro mondo, quello che vogliamo. Dire no è facile. È fare qualcosa per evitarlo davvero che è difficile, al limite dell’eroismo.

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