The big sick

Una commedia romantica che racconta una vera storia d’amore per di più affrontando un tema serio (e dannatamente reale) come quello dell’integrazione tra diverse culture nel mondo occidentale è qualcosa che merita di essere consigliata. Non dico che sia un capolavoro, sebbene negli USA abbia sbancato al botteghino. Ma è un film raffinato, laico, evoluto ed ottimista.

Una specie di medicina per i nostri tempi oscuri, dove il conflitto domina a tutto campo, l’intolleranza aumenta e la reciproca contaminazione spaventa. La storia è scritta a quattro mani dall’attore principale (di origine pakistana) e dalla sua compagna: lui impersona se stesso nel film (lo noterete alla fine, si vedono le immagini della coppia “vera”). Semplicemente racconta come è nato il loro amore, nella Chicago di oggi, tra un ragazzo di famiglia e cultura musulmana ed una ragazza 100% americana, aspirante psicologa, famiglia non religiosa, padre e madre progressisti e moderni.

Al contrario, i genitori di lui sono ultra tradizionali (pur mantenendo agli occhi dello spettatore una simpatia certa, manifestando nella loro fedeltà al passato una bella autenticità). Addirittura non concepiscono un “matrimonio misto”. I matrimoni si combinano tra pakistani, anche negli Stati Uniti. Chi viola questa regola (considerata elementare quanto assoluta) esce fuori dalla famiglia. “Non sei più mio figlio”, gli dice ad un certo punto la madre, sdegnata dopo avere scoperto che Kumail era innamorato di una bionda.

Ma (ed è la frase del film) “il matrimonio si può evitare, l’amore no”. Il protagonista con gentile determinazione va contro tutto e tutti: quando gli viene ordinato di pregare, finge di farlo nel seminterrato utilizzando un timer per dare verosimiglianza alla cosa. Finge di simpatizzare con le ragazze pakistane che ogni settimana la madre gli presenta come possibili spose. Finge di essere un perfetto musulmano di fede stretta, ma intanto segue i suoi desideri e le sue passioni. Innanzitutto la sua Emily, e poi il teatro comico, il cabaret (qualcosa di inammissibile e vergognoso per la sua famiglia di origine!).

Il film non è privo di difetti: la narrazione è lenta e a tratti noiosa, anche i dialoghi non hanno un livello omogeneo di brillantezza e capacità di tenere alta l’attenzione dello spettatore. Fuori dal cinema ho sentito commenti antitetici: ad alcune signore non è piaciuto per nulla, lo hanno trovato un polpettone senza sapore. Altri invece lo hanno esaltato come un vero gioiello cinematografico. Ecco, io rimarrei nel mezzo. Ve lo consiglio, più che altro per avere uno spunto su questi temi, se ci interessano e per sbirciare nella società americana di oggi che è molto meno integrata di ciò che forse noi crediamo. La mia considerazione è che se fosse stato un film italiano sarebbe stato bollato come una commediola. Dato che è targato stelle e strisce la critica lo consiglia a spada tratta. A voi giudicare, se vi andrà di vederlo!

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