Gli sdraiati

Chi, come me, da anni non perde un’ “Amaca” di Michele Serra su Repubblica non poteva certo mancare il film (liberamente) tratto dal libro del bravo giornalista e scrittore “Gli sdraiati”. Liberamente perché la sceneggiatura è della regista Archibugi e di Francesco Piccolo (ricorderete “Momenti di trascurabile felicità” e “infelicita”). E perché il libro non racconta una vera storia, invece costruita (e bene) per il grande schermo, per potere calare nei personaggi le riflessioni di carta del romanzo.

Il protagonista è Giorgio (Claudio Bisio: per me la sua migliore interpretazione con Mediterraneo di Salvatores). Un giornalista televisivo popolarissimo, uno capace di spostare le opinioni del pubblico, da prima serata, lo riconoscono al bar, per strada. Insieme a lui il figlio adolescente Tito (Gaddo Bacchini), un liceale svogliato e viziatissimo, inespressivo, incomunicabile, pigro fino all’inverosimile. Pensate: nel libro di Serra il suo nome è Tizio, a sottolineare l’assoluta estraneità tra le due generazioni, la distanza siderale, tale per cui in casa era come avere uno passato di là casualmente.

Per Tito l’affermazione professionale del genitore è un problema: dice alla sua ragazza (una sedicenne torva e silenziosa, impossibile capirne i pensieri) “se divento come lui mi ammazzo”; e lei gli risponde “ti ammazzo io”. Eppure Giorgio è un padre attentissimo, anche troppo disponibile e generoso. Dopo il divorzio, con la ex moglie “dividono” la presenza del figlio, che vive un po’ di là e un po’ di qua. Tra abitudini e stili educativi opposti: la mamma finisce di mangiare lo yogurt lasciato a metà e abbandonato su qualche mobile o divano di casa da Tito; il padre lo rampogna per la sua maleducazione e distrazione e menefreghismo. Queste sono le cose che fanno sentire il diciassettenne oppresso dal padre. “Mi sta sempre addosso, mi impedisce di vivere”. Nel film si contrappongono adulti con esistenze realizzate, con posizioni sociali ed economiche affermate. Colti e benestanti. A ragazzi già “atterrati” dalla vita, che nemmeno si riescono ad alzare dal divano, che non si voltano di fronte ad un tramonto spettacolare.

Due mondi divisi, non si riesce a vedere uno spiraglio di vero dialogo, di autentica comunicazione. Dall’inizio alla fine del film: fa quasi rabbia, lo spettatore si domanda perché? In cosa ha sbagliato Giorgio, in cosa abbiamo sbagliato? L’unico suo desiderio, l’unica richiesta che fa al figlio, è fare insieme la scalata al Colle della Nasca, una cima dura da raggiungere, entroterra ligure, bella e ardua, come sono i monti da quelle parti. Inutile dirvi che Tito non solo si rifiuta ma più volte acconsente e poi si ritira, perde il treno, cambia idea.

Il finale porta un filo di speranza nella costruzione di questo rapporto, un filo che si trova proprio su quel sentiero in salita. Ma rimane l’amarezza di avere generato o contribuito a creare una generazione senza forza, che stenta a sollevarsi e non ne sa nemmeno la ragione. Da vedere, per tutti, anche e forse soprattutto per i più giovani.

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