Veloce come il vento

Se dovessi sintetizzare al massimo e ridurre ad una sola parola questo film vi direi che è un film “contro”. Contro ogni elogio della lentezza, innanzitutto. Esordisce dicendoti che “se hai tutto sotto controllo significa che non stai andando abbastanza veloce”.

E subito ti rendi conto che starai due ore incollato allo schermo, con un incremento di adrenalina inconsueto per un film italiano. Contro ogni immagine patinata della velocità. I protagonisti non sono dei vincenti, dei divoratori della vita. Vivono ai margini, anzi. La corsa, su automobili adatte ai rally clandestini, ce l’hanno nel DNA; ma questa dote innata non ha portato ricchezza o notorietà. Anzi. La storia (vera) raccontata da Matteo Rovere e’ di continue cadute, di pochissimi spiragli e quasi nulle speranze.

Contro l’idea tradizionale di famiglia: la mamma è completamente assente (se non in ricordi dolorosi sopiti da una mancanza assoluta ed in un vestito rosso rimasto come una reliquia); il padre abbandona il campo quasi subito, in una scena di intensa emozione, dove immediatamente coglierete la bravura della giovane Matilda De Angelis (Giulia), al suo esordio cinematografico; rimangono i tre fratelli, Giulia, Loris (Stefano Accorsi) e Nico (Giulio Pugnaghi) in una situazione dove l’amore fa fatica a venire fuori, sopraffatto dalla sfiducia, dalle difficoltà materiali, dal senso di abbandono.

Contro, addirittura, l’idea ormai granitica che ci eravamo fatti di Stefano Accorsi, uno dei belli del nostro cinema, sempre uguale a se stesso: qui no, ed io dico per fortuna. Ci accorgiamo che è naturale e bravissimo, e lascia il segno, nei panni di un tossico all’ultimo stadio, ancora dotato pero’ di un intuito fenomenale da grande pilota (quello che era prima di abbandonare se stesso alla droga e diventare assente inaffidabile e incapace di vivere).

Contro la “normale” preghiera che nei momenti di paura ed estrema difficoltà anche gli atei fanno propria, almeno in qualche anfratto della mente. Giulia prega prima della gara, con una formula che non ha legami con quelle dell’abitudine e che fa comprendere che la storia è ambientata in un mondo a parte, con “regole” sue. Questa preghiera eretica è una delle cose più belle del film, per me, e lo racchiude tutto: “nostro signore del sangue che corre nel buio delle vene, reggi il mio braccio sul volante, regola la forza dei miei piedi su acceleratore e freno. Proteggimi. E fa che niente mi accada”. Non vi dirò se davvero questa preghiera sarà esaudita; se i tre fratelli vinceranno la loro gara disperata, se si salveranno.

L’epilogo fa parte della vita vera, come tutta questa storia, raccontata al regista da un vecchio meccanico da poco scomparso (nel film, molto intensamente interpretato da Paolo Graziosi). E come la vita vera non si può dire che sia tutto lieto o tutto drammatico. Ogni conquista ha il suo prezzo, a volte è molto alto. Ma è consolante avere qualcuno che ci consiglia come affrontare le curve.

1 commento su “Veloce come il vento”

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