L’insulto

Generalmente scelgo con attenzione i film da vedere ed è raro che deludano le mie aspettative (le stroncature sono la minima parte delle recensioni che scrivo: per fortuna, dà sempre fastidio sprecare denaro, anche i pochi euro del biglietto del cinema, su cose brutte!). Questo però ha superato ogni più roseo ottimismo.

È d’altronde giustificato dall’apprezzamento già ricevuto dal film a livello internazionale (coppa Volpi a Cannes al protagonista Adel Karam e candidatura come miglior film in lingua non inglese agli Oscar 2018, da parte del Libano). Il regista poi (lo sapevate?) subito dopo il riconoscimento a Cannes è stato arrestato nel suo paese e tenuto qualche giorno in “gattabuia”: forse ha pestato i piedi a qualcuno o semplicemente ha raccontato le cose come stanno.

Insomma, la storia è ambientata in una Beirut contemporanea che cerca di tornare alla normalità, una città uscita da anni di conflitti, da guerre civili, scontri violenti, di quelli che lasciano il segno come le ferite sulla pelle. Nel paese, il Libano, convivono diversi popoli, ciascuno con la propria religione, le proprie tradizioni, convinzioni ancestrali. Il proprio disprezzo inveterato per il diverso, l’altro. Il cattolico. Il palestinese. Il musulmano. Chi cerca di rinascere con una laicità neutra a questi radicalismi. Chi invece ritiene che l’appartenenza sia una salvezza, il rispetto delle tradizioni l’unica via.

Questo miscuglio complesso genera tensioni violente, espresse o represse. Come quella magistralmente raccontata dal regista, che vede contrapposto un libanese di religione cristiana e un palestinese rifugiato. Le loro vite si incrociano per caso e la spirale nasce da un insulto “sei un cane!” che il secondo rivolge al primo, in un accesso di ira. Per una sciocchezza, una di quelle micce però da cui può generarsi rapidamente un incendio devastante.

L’originalità del film è data dal fatto che, inaspettatamente, si svolge in un’aula di tribunale: un legal movie che, anziché classici casi all’americana, quelli cui siamo abituati, racconta frammenti della storia del Libano, a molti non conosciuti. E lo fa con una chiarezza quasi didascalica, che consente di guardare con la lente di ingrandimento le ragioni dell’uno e dell’altro contendente. Di comprendere appieno di cosa stiamo parlando. Di capire con semplicità da cosa nascono le guerre e i conflitti etnici perenni.

Un ottimo lavoro di divulgazione e di riflessione intelligente: per questo secondo me meriterebbe davvero un premio oltreoceano. Chissà che venga capito, non sarebbe male in questo momento e con questi leader politici in circolazione. Il cinema può molto, non pensate?

1 commento su “L’insulto”

  1. Come lamentavo in precedenti conversazioni su questo blog, la gestione delle sale a Viareggio mira all’incasso “saltando” o tenendo pochi giorni i film di cultura che magari non hanno un enorme riscontro di pubblico. Ed è un grande peccato……. Così non è mai passato l’Insulto. sembra che sia un gran peccato…………

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