Napoli velata

Non è mai semplice scrivere di un film di Ozpetek perché, a rileggersi, la visione che si offre ai lettori risulta immancabilmente riduttiva, parziale, incapace di rendere fino in fondo la poeticità delle situazioni. Ci provo lo stesso, anche se di Napoli velata, uscito solo giovedì scorso, è già stato detto moltissimo, essendo circondato da una grande attesa e anticipato da un trailer molto accattivante.

Partiamo dal titolo e dunque dal luogo. La capitale campana non ha certo bisogno di presentazioni o di sviolinate: si può immaginare quanto possa essere adatta ad un racconto di mistero e passione come quello che vi ha voluto ambientale il regista turco. Vedrete però una città poco conosciuta nelle immagini del film; è tagliata fuori la sua solarità, ‘o cielo e ‘o mare banditi, piuttosto un luogo intestinale e magico, scuro, barocco, insidioso. Velato, a nascondere la verità, come il Cristo di Giuseppe Sanmartino: una delle splendide opere d’arte che a un certo punto vedrete, circondata da personaggi sofferenti al pari dell’opera scultorea, tutt’oggi conservata nella Cappella di Sansevero.

Come ha brillantemente scritto Meregehetti sul Corriere qualche giorno fa, il racconto è (ancora una volta) quello di una perdita: della persona amata e quindi della passione appena conquistata. Che rievoca e riporta alla luce altre perdite, violente, passate, risalenti all’infanzia. Quelle che lasciano per sempre il segno. La “vittima” (non del delitto, pure al centro della storia, ma della dolorosa privazione che ne consegue) è Giovanna Mezzogiorno, Adriana nella finzione, una donna ordinata e discreta, che svolge con dedizione il suo lavoro di medico legale, sezionatrice di cadaveri, anatomopatologa, in continuo contatto con la morte. L’incontro, fatale per la sua esistenza, avviene ad una festa a casa della zia (Anna Bonaiuto), con un uomo giovane e bello che (inaspettatamente) la corteggia mostrandole con determinazione di desiderarla.

Lui è Alessandro Borghi, perfetto nel ruolo, con il suo sguardo di ghiaccio tra il freddo e il crudele, l’ambiguo e lo sfuggente. Intense le scene di sesso tra i due ed anche belle le riproduzioni fotografiche che passeranno di mano in mano tra i protagonisti della storia (la schiena femminile ritratta è davvero sensuale, è quella della Mezzogiorno?). Il racconto però non è di amore ma piuttosto di morte ed i momenti di felicità sono contati, se non azzerati da tutto quello che succede immediatamente dopo avere assaporato il piacere di essere vivi.

Come sempre si tratta di un racconto corale e Napoli, i suoi vicoli, le sue bellezze artistiche nascoste, sono coprotagonisti perfetti. Intorno ad Adriana una serie di personaggi tipicamente “ozpetekiani”, a partire da Pasquale, un eccezionale Peppe Barra che interpreta nei fatti se stesso. Il tema, oltre a quello “fulcro” della perdita, è il rapporto con i morti, la relazione con chi trapassa che solo per alcuni (i più sensibili) continua, nonostante la perdita del corpo. Ed è anche la negazione degli affetti elementari, come quello materno (che adulti saranno coloro che non l’hanno avuto? Secondo il regista, cercheranno sempre rapporti possessivi ed eccessivi, per controbilanciare quella perdita). Inutile dirvi che la colonna sonora è raffinatissima. Ascoltate fino all’ultimo la canzone del finale, di Arisa (https://youtu.be/JBiYVqN7w1I) una voce matura e quasi irriconoscibile. Insomma, Ferzan, come ci ha abituati, fa miracoli. Vietato non vederlo.

1 commento su “Napoli velata”

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