Come un gatto in tangenziale

Il trio Milani (il regista), Cortellesi e Albanese aveva già dato buona prova di sé lo scorso anno con “Mamma o papà”, ma devo dire che questa volta ha superato se stesso.

Il titolo faceva presagire qualcosa di estremamente divertente ed originale. Un modo pop per dire che una cosa durerà poco. Ma il film va oltre le aspettative rosee del trailer, con una forza comica potenziata da due tra i migliori attori in circolazione nel nostro cinema. Il tema centrale è quello dello scontro-incontro tra due mondi, nettamente distinti, e simboleggiati da quartieri della Capitale, da località balneari, da stili di vita.

La collisione avviene perché i figli adolescenti di Giovanni e Monica, per misteriose ragioni (data la distanza degli ambienti di provenienza) non solo si conoscono, ma si “fidanzano”, per di più con la presunzione dell’amore eterno tipica dei loro 14 anni. Il “problema” è che lei vive in un lussuoso appartamento nel centro storico di Roma e lui in una casa dormitorio di Bastogi, una periferia scrostata ed ai margini. Che lei va al mare a Capalbio e lui a Coccia di morto (esiste davvero: è vicino a Fiumicino, vi si riversa il Tevere e secondo Legambiente è la peggiore spiaggia di Italia). Che lei ha un padre che per lavoro pensa (in un think tank: una tanica di pensieri, secondo la limpida tradizione della Cortellesi) ed espone i suoi pensieri a i burocrati di Bruxelles, e lui ha una madre – ex cassiera di supermercato – che ora serve alla mensa di una casa di riposo per anziani. Il gatto in tangenziale, destinato a morire in pochi istanti, è proprio quel fatuo innamoramento tra diversi, inammissibile in una società (la nostra) dove, al di là delle forme, le distinzioni sono percepite come nette ed insuperabili.

Ci sono diversi momenti esilaranti nel film, personaggi divertentissimi e caratterizzati, come le gemelle obese e cleptomani, malate di shopping compulsivo. Come Albanese e la Cortellesi al cinema a vedere una pellicola armena con sottotitoli, dove lui vuole rimanere sino all’ultimo titolo di coda. Per me però la scena del film con la esse maiuscola è quella dove Albanese, al pranzo domenicale a Bastogi, di fronte a chili di amatriciana fumante e ad un Claudio Amendola (il marito della protagonista) completamente tatuato ed appena uscito da Rebibbia (secondo la “versione” di Monica era “in vacanza”…) contesta l’affermazione generalista e così maledettamente diffusa: “è tutto un magna magna”, riferito ai politici, alla classe dirigente, alle istituzioni.

Mi è piaciuta questa convinta affermazione, anticonformista in realtà, che è più facile dire così che mettersi a fare, che cercare di cambiare il proprio destino dai binari segnati, che impegnarsi per migliorare la propria condizione. Ed il racconto continua su questa linea, con uno spirito davvero positivo ed ancora una volta controcorrente: il finale è un lieto fine per vari motivi ed anche per questo, per lo spirito che infonde negli spettatori, il film merita di essere visto e pensato, dopo. Avere la coscienza che, per evitare Coccia di morto, bisogna smetterla di dire che “è tutto un magna magna”.

Roma è sempre un bel palcoscenico e sappiate che l’ultimo scatto è in piazza Cavour, un luogo per cinefili e per giuristi: tra un cinema storico e la cassazione, Camillo Benso guarda tutto e benedice un nuovo amore capace di superare quel classismo dilagante (e in tutte le direzioni) che affligge i nostri tempi.

4 ciak.

2 pensieri riguardo “Come un gatto in tangenziale”

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