Quo vado?

Non poteva mancare tra le mie seconde visioni: la storia si incentra sulla esaltazione tutta da prima repubblica del “posto fisso”. Alla prima repubblica è dedicato anche l’esilarante pezzo canoro, il singolo della colonna sonora, “con un’unghia incarnita eri un invalido tutta la vita; la prima repubblica non si scorda mai”.

A impreziosire quel periodo storico, ancora così vicino, ci sono i cammei di Lino Banfi, Maurizio Micheli e le canzoni di Al Bano e Romina (ovviamente la parte del leone la fa la Puglia). Quella filosofia di vita così radicata, insieme a tutti gli altri luoghi comuni italici più atavici (dal mammismo sfrenato, al saltare le file, al clacson al semaforo se quello davanti non parte in tempo reale allo scattare del verde) è messa in pericolo dalle “riforme della pubblica amministrazione”, dalla abolizione delle Province: una evenienza attualissima, nelle cui maglie capita Checco che deve rinunciare al suo posto fisso quanto inutile all’ufficio caccia e pesca a cinque metri dalla casa dei genitori dove nonostante i quasi 40 anni lui vive placidamente, tra zabaioni e camice stirate.

Ma come tutti i cambiamenti, anche questo, imposto dall’alto attraverso una implacabile ed instancabile dirigente ministeriale, fa bene alla vita di Checco. Lo proietta nel mondo, fa emergere la sua inaspettata capacità di adattamento anche oltre il confine nazionale. Addirittura al circolo polare artico, dove trova l’amore ed anche una forma di vita antitetica a quella conosciuta, dove sono “normali” la raccolta differenziata, vivere con una donna ed i suoi bambini fatti con altri (tre di tre colori diversi, uno musulmano, una buddhista, uno ateo, quello più nordico), interessarsi dello scioglimento della calotta polare e del benessere degli orsi bianchi.

Morale della favola (tutta raccontata ad una tribù africana ed al loro re sciamano che vuole essere certo della purezza dell’anima di Zalone, pena il rogo): l’amore ti cambia, ti toglie di dosso le pesantezze, ti fa volare come un gabbiano sugli iceberg, se cedi all’idea che cambiare fa bene alla salute, alla mente, all’anima. “L’amore fa”, come dice Ivano Fossati.

Questa quindi è una favola che fa davvero morire dal ridere, con battute geniali (quella di Mattarella che mangia le foche è divertentissima quanto irriverente e politicamente scorretta, ma questo è il bello), ma non è una favola sciocca, lo capirete dal finale. “L’amore fa l’acqua buona, vuole bene ai più lontani”. Fa rinunciare al posto fisso per aprire un ospedale in Africa.

Per quanto mi ha divertita merita 5 ciak.

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