L’arminuta

Credo che la maggior parte di voi abbia già letto questo libro o sia intenzionato a farlo. Considerate, è notizia molto recente, che ne verrà tratto un film. È talmente bello che, arrivata all’ultima pagina, mi è rimasta la voglia di ripensarci e di condividere con voi il sentimento positivo che mi ha lasciato il racconto.

Basta il titolo ad attirare l’attenzione, forse ancora di più quella di chi non ne conosce il significato. È evocativo di qualche cosa di arcaico, come lo stile di scrittura di Donatella Di Pietrantonio, unico nella sua semplicità, che mi ha fatto venire in mente la poesia di Giuseppe Ungaretti. Poi, chi non è abruzzese, scopre che vuole dire ritornata.

La storia si svolge nella metà degli anni ’70, in Abruzzo, tra una città sulla costa (mai nominata, ma che ho identificato chiaramente in Pescara) e un paese dell’interno, che si raggiunge con la corriera. Quella distanza è più temporale che spaziale, perché, come ci spiega la voce narrante dell’arminuta, quel ritorno, ai suoi genitori naturali, al suo luogo di origine, è come un salto all’indietro, uno sconcertante cambio di vita, di ambiente, di affetti. Soprattutto uno sconcertante cambio di madre.

Già, perché quella che credeva fosse sua madre, in realtà non lo era: lo scopre a 13 anni la protagonista quando, senza conoscerne la ragione, viene portata via dalla sua villetta davanti al mare e lasciata come un pacco inanimato davanti ad un’altra casa, con un’altra (rumorosa, violenta, povera, disperata) famiglia. Da figlia unica che era, d’improvviso si trova a dormire con la “coccia” vicino ai piedi di Adriana, la sua nuova sorellina. “Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza”. I temi sono tanti in questo libro, premiato giustamente a Venezia: uno è certamente quello del rapporto con la madre; e poi chi è la madre? Quella che ti ha partorito o quella che ti ha cresciuta con amore, dandoti gli strumenti per essere la persona che sei diventata? “Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori”.

Un altro è quello della resistenza, una capacità imparata in montagna, nella sua nuova vita, dove tutto è difficile, anche soddisfare i bisogni elementari. Ed a questo, alla resistenza, si collega il tema della conquista, di se stessi e della propria vita, come davvero la si vuole. “Qui è tutto così curato e in ordine, ho detto con un sospiro, vorrei che la mia vita fosse come questo campo, mi è sfuggito poi”. Ho trovato questo romanzo di grande e limpida positività, capace, senza darlo a vedere, di infondere nel lettore la stessa rocciosa determinazione (a non farsi schiacciare né contaminare, a reagire ed anche a perdonare) della giovane protagonista. Chi conosce l’Abruzzo sa che è una caratteristica diffusa tra le persone del posto, ma nel romanzo non troverete banalità di piccolo respiro, localistiche.

La scrittrice, infatti, non ci dice mai il nome dell’arminuta e nemmeno quello dei suoi luoghi. Non ha importanza. Ciononostante, con le sue descrizioni, fa dell’Abruzzo lo scenario senza tempo di una favola moderna, capace di parlare a tutti. La cosa che più mi piacerebbe fare è abbracciarla, Donatella Di Pietrantonio, e dirle grazie per questo libro così coinvolgente. Mi capita pochissime volte e quando mi capita mi sento fortunata.

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