Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Vi parlo di un film da sei nomination all’Oscar 2018 (tra le quali miglior film, migliore attrice protagonista e migliore sceneggiatura originale) e vincitore dell’ultimo Golden Globe. Quindi di qualcosa che credo non possa non vedersi, nel panorama cinematografico di quest’anno.

Il regista non è di quei nomi che il grande pubblico conosce e che attira gli spettatori a scatola chiusa. È un commediografo britannico di origini irlandesi, uno che ha un curriculum teatrale più ampio di quello del grande schermo. Qualità alta, in questo caso anche per la sceneggiatura. Tanto alta che questo film potrebbe, secondo me, essere “scambiato” per un pulp movie di Tarantino.

Già, perché il livello di violenza, freddezza e disumanità è quello. Il racconto di un pezzo di America dove è labile il confine tra i buoni e i cattivi (e quasi tutti sono cattivi); e dove anche la polizia usa la forza senza formalizzarsi troppo sulle regole da rispettare. Una specie di far west, questa è l’impressione per lo spettatore. La storia è ambientata oggi, ma Ebbing nel secondo decennio degli anni duemila è come un villaggio di pionieri, pieno di insidie e senza giustizia.

La storia prende le mosse da un assassinio brutale. Una ragazza viene stuprata e arsa viva: a mesi di distanza non solo le indagini sono ferme a un punto morto ma la sensazione di Mildred, la madre, è che volutamente (per indifferenza, ignavia, anche crudeltà forse) gli investigatori omettono di occuparsi più di quel delitto. È più facile trovare lo sceriffo o i suoi aiutanti a bere al pub piuttosto che trovarli al lavoro o alla ricerca del colpevole. La donna capisce che l’unico modo per attirare l’attenzione di quelle forze dell’ordine così prive di ordine sia usare le maniere cattive (quindi ripagarli della stessa moneta, come in ogni giungla che si rispetti): decide di usare gli spazi lasciati vuoti da anni per la pubblicità, sulla strada secondaria che porta al villaggio, per attaccare tre manifesti che contengono un feroce atto di accusa alla polizia ed in particolare al suo capo.

Le parole, si sa, sono pietre e quelle scritte enormi, su fondo rosso fuoco, che domandano PERCHÉ la polizia ed il suo sceriffo non si occupano più di quell’omicidio efferato sono peggio di un pugno nello stomaco, una domanda senza risposta, cupa come la disperazione di quella madre. E Frances Mc Dormand (la ricordate in Fargo?) è straordinaria nel rendere con le sue rughe non nascoste e il suo sguardo durissimo quel pozzo nero drammatico che è diventata la sua vita dopo la morte della figlia, solo adolescente. Il film, al di là delle apparenze, è psicologico e sottile, va a fondo sui personaggi (numerosi, un vero bestiario), cerca di spiegare da dove venga la cattiveria o l’indifferenza (amore negato, insicurezza, paura di mostrarsi per come si è davvero, soprattutto di confessare le proprie tendenze sessuali).

Ciononostante è difficile, anche alla fine, dare un giudizio, su chi sia un eroe buono e chi sia un maestro di finzione. La cosa certa è che ognuno maneggia armi e reagisce con violenza a ogni aggressione. Ho trovato in questo, anche pensando al fatto che il regista e sceneggiatore è un europeo, un atto di accusa ad una certa America che a quanto pare sta nuovamente prendendo il sopravvento. Non quella della statua della libertà ma quella del farsi giustizia da sé. Insomma niente di buono, folks.

Nella mia classificazione vale 5 ciak.

1 commento su “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

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