Sono tornato

Solo a pensarlo, come costruire un film così, mettendo a discuterne due persone, anche colte, evolute e conoscitrici della storia, non so se se ne esce, dalla discussione. Un film che parla del “ritorno” di Mussolini, un ritorno surreale da allora ad oggi, una specie di macchina del tempo collocata nei giardini di Piazza Vittorio a Roma, il cuore dell’Esquilino.

Una specie di contrappasso, a pensare al tessuto sociale di oggi, di quella bellissima piazza della Capitale. Dove rispunta Benito Mussolini, in divisa come se fosse in guerra, catapultato dal ‘45 al ‘017? Nel luogo più multietnico che c’è, intriso ormai di spezie e colori di ogni parte del mondo. Una sorta di incrocio di popoli, una sfida vera e propria alla vicina sede di Casapound nella adiacente via Napoleone III. Insomma, uno scoppio in una nuvola di fumo dietro ad una rovina d’arte classica e ricompare il duce, come se il tempo non fosse passato, come se nulla fosse.

Le prime scene sono spassosissime, gli spettatori sono trascinati da subito in situazioni talmente assurde che suscitano naturalmente una risata. Esilarante il momento in cui Benito, guardando un calendario, si accorge dell’anno in corso. Non ci sono nove, il secolo è diverso. I primi dialoghi con i “contemporanei” sono davvero divertenti: l’incontro con gli edicolanti, che non capiscono chi abbiano di fronte, se un pazzo mitomane o un fantasma molto realistico. Bravissimo il regista, anche coautore, nelle battute di Mussolini, che fanno subito capire che, quanto a idee e convinzioni, nonostante gli anni passati, è rimasto fermo alle sue. “I miei gialli li avevo confinati sul Gran Sasso!” tuona alla visione dei numerosissimi cinesi, stabili residenti del quartiere romano. “La democrazia è un cadavere in putrefazione!”, tanto per capirsi. Per non parlare del politicamente scorrettissimo “io li avevo confinati alle Tremiti, gli invertiti!”.

Mussolini fa se stesso, alle prime battute (mi credete?) risulta quasi simpatico. Forse perché è una macchietta, viene percepito così. Forse perché nella finzione del film sono tutti convinti, a partire dallo spiantato giornalista che lo ha “trovato” e si è accorto di lui, che LUI non sia LUI. Anche se va ad abitare a Villa Torlonia e a dormire nel suo letto, anche se le sue affermazioni sono nette e secche e unidirezionali. “Chi rinuncia alla lotta rinuncia alla vita!”. Frasi da social, ormai. Un post su facebook con una cosa così ha certamente successo. Come ha successo il redivivo Benito, nel nostro mondo di immagini, spot, comunicazione lunga cinque secondi. Mussolini, il dittatore nero alleato del criminale Hitler, diventa un divo, nella sovrastruttura finta della televisione. E lui, lui se ne approfitta di quella superficialità, di quella stupidità da cui subito si accorge di essere circondato. “Il problema di questo paese è la memoria”.

Ed infatti tutti dimenticano chi era davvero il duce, che cosa è stato per l’Italia, che cosa ha portato agli italiani. Della mancanza di memoria se ne accorge passando in auto da Piazzale Loreto, dove nulla ricorda la storia, l’evento violento dell’esposizione del suo cadavere. Cancellare la memoria. Un modo per non maturare. E qui il film diventa serio, serissimo. Altro che risate alle battute anni 30 del personaggio Mussolini. Sono stilettate a noi, agli italiani. “Eravate un popolo di analfabeti; dopo ottant’anni torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti!”. Terribile no? Ma non è forse almeno in gran parte vero? “Governare questo paese non è solo difficile, è inutile!”. Terribile no? Ma non è forse TOTALMENTE vero?

Da queste mie poche parole avrete capito l’importanza di vedere questo film, che quindi vi consiglio. E vi consiglio di portarci anche i giovanissimi, quelli che a stento sanno chi sia Benito Mussolini. Per me questo film è meglio di una lezione di storia alle scuole medie. Ed è amaro, molto più di una lezione di storia alle scuole medie.

Vi faccio notare una cosa: ci sono scene girate on the road, a Roma. La gente saluta, chiede selfie, applaude, ride. Sono scene vere, chi esulta o è divertito non è una comparsa, tanto che il regista appanna i volti. In Germania (riflettete) mentre giravano l’analogo film che racconta l’immaginario ritorno di Hitler (Lui è tornato) il bravissimo Popolizio in un’intervista dice che la troupe ha rischiato di essere linciata dalla gente per strada. Era inaccettabile anche solo alla vista, l’immagine di Hitler e dei suoi fedelissimi. Un rifiuto deciso, un rigetto senza appello. Non è così in Italia. Da capirne la ragione: un inconsapevole perdono, nonostante tutto? Una (incosciente) nostalgia del duce? Un immaturo desiderio dell’uomo solo al comando? Ecco. Su quest’ultima ipotesi vi direi che sono d’accordo. 10 e lode a tutto. Per me un film coraggioso e originale. Un vero schiaffo alla presunzione dell’italianità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...