C’est la vie

Prendila come viene, nel sottotitolo italiano del film: una raffinata ed ironica commedia francese che, parlando di wedding planner, matrimoni, inutili (e ridicoli) festeggiamenti, parla della vita. E di come vada presa la vita (senza troppe ansie) e di quanto a volte sia inaspettato il lieto fine ed inutile anche ogni più dettagliata pianificazione.

Il racconto ruota intorno al protagonista Max, magistralmente interpretato da Jean-Pierre Bacri: un imprenditore navigato, sentimentalmente incasinato, alle prese con l’organizzazione dell’evento (ormai) più effimero che c’è. Il matrimonio. Effimero ma nonostante questo quasi sempre (forse giustamente?…) oggetto di maniacale attenzione da parte degli sposi. Quel giorno deve ricordarsi, anche da vecchi, e purtroppo questo accade spesso! Ma non nel senso voluto al momento del grande passo.

Max ha una squadra “variegata” di dipendenti, non proprio perfetti nell’esecuzione dei suoi ordini, provenienti da mondi geografici e sociali molto diversi; diversi tra loro fanno quel lavoro (i camerieri o i fac totum) per ripiego, avendo fallito altre strade. Alcuni erano musicisti nella loro patria lontana (il Pakistan) ma da immigrati si sono adattati ad un’occupazione meno artistica. Alcuni sono dei letterati, altri dei perfetti incapaci inconsapevoli. Una galleria di personaggi, ciascuno con le proprie patologie e i propri problemi esistenziali. L’unico davvero serio e professionale è lo chef, ma come poteva essere diversamente?

Max è autoritario ma insieme comprensivo. Cerca di tenere tutto sotto controllo, come un genitore acca ventiquattro: ascolta, consiglia, sgrida, si dispera. È diviso, soffrendone, tra un matrimonio (il suo: per ironia della sorte, dato il lavoro che fa) ormai naufragato nella reciproca indifferenza e nella conclamata disaffezione ed un amore vero ma clandestino, con una collega con la quale divide la quotidianità. Assomma ai suoi problemi ed indecisioni personali quelle dei suoi collaboratori; alle sue nevrosi quelle dei clienti. In particolare quelle di Pierre, lo sposo maniacale che pretende una festa settecentesca, raffinatissima, sobria (avrà tutt’altro da Max e dai suoi!).

Il film è un susseguirsi di battute, contrattempi, inciampi, litigi, incontri, amori a prima vista. Tutto da vedere ed anche, secondo me, da rivedere, per la ricchezza dei dialoghi, la vera chicca della sceneggiatura. Tutto da riflettere sopratutto nei passaggi finali, che non vi anticipo, ma che insegnano che, quando sembra che la montagna ti stia per crollare addosso, la vita ti offre un sentiero alternativo. Quando pensi che sia finita, scopri che qualcosa di migliore sta per cominciare. Se credi che stia andando malissimo, in realtà ti si sta aprendo una nuova possibilità. Un film fondamentalmente ottimista, umano, inclusivo, evoluto. Non c’è razzismo, non c’e conformismo. Un perfetto esempio di sana “francesitá”. Non è un caso che adoro Parigi (sfondo delle scene iniziali, con una enorme Tour Eiffel) e che proprio la Francia sia destinataria dei più efferati atti terroristici radicali. Perché è libera, da secoli. E la libertà, insieme all’ironia (pervasiva nel film) fa paura a chi non è abituato a maneggiarla.

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