The Post

Molti hanno scritto che l’ultimo film di Spielberg è ripetitivo, nulla di nuovo sotto il sole quindi, la cronaca di un pezzo di storia d’America, immediatamente precedente allo scandalo Watergate. Insomma, sempre a girare intorno al Vietnam ed al maledetto vizio dei segreti di Stato, del non detto per ragioni “superiori” che provoca la morte di migliaia di ragazzi ignari.

È vero che l’ultima scena vi porta dritti dritti a rivedere “Tutti gli uomini del Presidente” e che la verità su quegli anni tra i sessanta e i settanta la sappiamo bene anche dal vecchio continente, ma non è vero che questo film non era necessario. Ed in particolare penso lo sia per noi, qui in Italia. Dove, senza nemmeno accorgercene, sta drammaticamente venendo meno la consapevolezza dell’importanza della stampa e della libertà di stampa. Senza contare il disinteresse dilagante per uno strumento così prezioso di formazione delle opinioni (e crescita delle menti) oltre che di diffusione delle notizie (anche quelle che fanno male a chi detiene il “potere”) come la carta stampata (ormai poi si può leggere il giornale anche senza sporcarsi le mani di piombo e senza andare fino all’edicola!).

Protagonista del racconto (ed è tutto vero!) è la redazione del Washington Post, il suo direttore (Tom Hanks), i suoi giornalisti, la sua proprietaria (Meryl Streep). Succede che nell’ordinaria amministrazione di un giornale che all’epoca era considerato “di provincia”, tra la cronaca di un matrimonio ed il solito omicidio, capita di avere tra le mani documentazione oltremodo scottante. Con scritto su “TOP SECRET”. Pagine e pagine di relazioni dove si capisce cosa veramente sapesse il Ministro degli Esteri nel 1966, quando si dava l’ordine di aumentare il contingente di truppe in Vietnam. La complicazione poi è che quel personaggio politico, non più Ministro nel 1971 (l’attualità, nel film), è intimo amico dell’editrice, proprietaria del giornale, Kay Graham.

Il tema centrale è dunque il conflitto tra la ragion di Stato da una parte e il dovere di informare, senza condizionamenti di sorta, dall’altra. “L’unico modo per difendere il diritto a pubblicare è pubblicare”, dice ad un certo punto Ben Bradlee, il direttore del Post, che tifa per svelare ogni segreto, a dispetto della politica.

Ma la libertà di stampa (ed i suoi nemici) non è il solo argomento del film, che per questa ragione è molto più bello e complesso di quanto appaia dal trailer. Si parla anche di discriminazione sessuale a danno del genere femminile, di marginalità delle donne, di tavoli e riunioni di soli uomini, dove a Kay, nonostante sia “il capo”, nessuno dà la parola. Essendo una donna, non la ascoltano. Le camminano davanti, pensano di poter decidere per lei. La lotta per avere pari dignità nel lavoro, in politica, nelle posizioni che contano (non ancora vinta dalle donne) è uguale, quanto a importanza, a quella per la libertà di stampa.

Due battaglie del secolo (scorso) che sono (ancora) in corso, tra alti e bassi e molti arresti, se non passi indietro. Mi ha colpito moltissimo constatare quanto fosse difficile all’epoca “fare il giornale”. Quando non c’erano i computer, non c’era internet, le stampanti, il digitale. Era una fatica, anche fisica, una conquista quotidiana. Oggi, che è semplice, dimentichiamo forse il valore intrinseco del giornale, ne sottovalutiamo l’importanza. Con le conseguenze sul “sapere comune” che sono sotto gli occhi di tutti.

La frase del film è: “la stampa serve chi è governato non chi governa”. Ed anche questa è una battaglia ancora in corso, con morti e feriti e pochissimi sopravvissuti.

Film per me da 5 ciak.

1 commento su “The Post”

  1. E’ un pezzo di storia americana che conferma quanto sapevamo già su segreti di stato, scandali ecc… meravigliosamente interpretato da Meryl Streep e Tom Hanks per i quali non ci sono aggettivi abbastanza forti per qualificare le loro capacità….. io direi un film da non perdere…..

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