Metti la nonna in freezer

Il successo di pubblico di questo film (in due settimane più di due milioni di incassi) è più che meritato. Adoro il coraggio del cinema dissacrante davvero, che arriva fino in fondo nel ribaltare i buonismi ed il politically correct.

A volte infatti succede che l’idea, in questa direzione, sia buona ma che nel corso del film qualcosa venga meno e si decida di “aggiustare il tiro” (quello che ho constatato, con un po’ di delusione, in “Io c’è” nelle sale da giovedì scorso, di cui vi parlerò tra qualche giorno). Bravi dunque i due registi debuttanti in un lungometraggio per il grande schermo Fontana e Stasi a costruire una commedia nera divertentissima ed in un crescendo, quanto a cattiveria, che arriva alla fine con convinzione e senza arretrare di un passo.

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Oltre la notte

Diane Kruger per l’interpretazione di Katja in questo film è stata premiata a Cannes nel 2017 come migliore attrice. Un riconoscimento strameritato, anche considerando quanto fosse difficile il ruolo della protagonista assoluta della storia, sulla quale è incentrata quasi esclusivamente l’attenzione del regista Fatih Akin. Lo stesso de La sposa turca, ricordate?

Questa volta, con l’andamento di un thriller (anche legal), ci racconta qualcosa che sembra realtà, perché di terrorismo e attentati è intriso il nostro oggi. Ed in più perché l’episodio drammatico narrato dal regista tedesco di origine turca è “liberamente ispirato” a fatti reali avvenuti in Germania tra il 2000 e il 2007. In quegli anni si verificarono diverse uccisioni a danno di stranieri ed immigrati. Si scoprì poi che i responsabili aderivano ad un gruppo neonazista (l’NSU – Nationalsozialisticher Untergrund) che non fu semplice “inchiodare” con una condanna processuale.

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Una festa esagerata

Confesso: mi piacciono le trasposizioni cinematografiche di commedie teatrali. Quando sono fatte bene, con attenzione, come in questo caso. Il risultato è un film godibile, ben recitato, divertente, che riporta sul grande schermo lo spirito della piece teatrale che Vincenzo Salemme ha recitato sui palcoscenici di tutta Italia. Forse, con “L’amico del cuore”, il miglior film dell’attore-regista napoletano.

48068Il cast è scelto con cura, i ruoli sono calibrati, su misura. Così non mancano dialoghi molto divertenti, che omaggiano la grande tradizione teatrale napoletana. A partire da quelli con il poco perspicace Secondino (interpretato da Massimiliano Gallo), il vice Portiere (ma con ambizioni) dello stabile dove vive Gennaro Parascandalo (Salemme) il geometra e piccolo imprenditore edile napoletano protagonista della vicenda.

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Nome di donna

Simbolicamente uscito nel giorno della festa della donna, l’ultimo film di Giordana ci dice che c’è ben poco da festeggiare. Piuttosto trasmette un messaggio di emergenza e lancia interrogativi drammatici: possibile che il ventunesimo secolo ci metta di fronte, quotidianamente, realtà di violenza e sopruso a danno delle donne?

Nel nostro Occidente “civile” ed evoluto, nelle città del nord, nei luoghi di lavoro: non c’è pace per chi appartiene al genere che nessuno dovrebbe avere più il coraggio di bollare come “sesso debole”. Subire tali e tante ingiustizie e sapere sempre rialzarsi. Altro che sesso debole! Deboli sono coloro che credono di affermare se stessi e la propria presunta forza con la sopraffazione, ritenendo “normali” certi gesti, considerando le molestie “complimenti”, come ad un certo punto dice l’anziana ospite della casa di cura (una inaspettata Adriana Asti) alla protagonista. Lei è Cristiana Capotondi, impeccabile, concentrata, senza sbavature, in un ruolo difficile. Interpreta una giovane donna alle prese con le battaglie solite della vita: crescere una figlia da sola, ritrovare il lavoro perso, affermare la propria volontà di indipendenza, nonostante un compagno presente e comprensivo, amorevole.

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Vengo anch’io

Se conoscete la comicità surreale e raffinata della coppia (anche nella vita, come ci ricordano nei titoli di coda) Nuzzo-Di Biase, non vi farete sfuggire il loro primo film che, lungi dal mettere insieme battute per un’ora e mezza, racconta una storia che certamente fa ridere (il che non guasta, di questi tempi), ma che è anche, in modo originale, capace di dare un messaggio positivo ed anticonformista.

I protagonisti sembrano essere arenati in situazioni di vita fallimentari, condannati da errori del passato oppure semplicemente da una cattiva sorte. Sono in tre: Corrado, Maria e Aldo. Il primo è un assistente sociale che ha perso il lavoro ed ha deciso di suicidarsi (lanciandosi da un ponte in Puglia) dato che nemmeno i cocktail di psicofarmaci riescono a dargli un po’ di pace interiore (e come potrebbero?). Per questo parte per il sud, dalla periferia milanese, con l’occasione accompagnando il giovane Aldo, affetto dalla sindrome di Asperger: un ragazzo un po’ isolato dal mondo, abbandonato dal padre in una casa famiglia; si illude, raggiunta la maggiore età, di potere ritrovare il genitore a Pescara, dove abita, come si vedrà per nulla nostalgico del figlio, nonostante la malattia e la assoluta assenza dalla sua infanzia e adolescenza.

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