A casa tutti bene

Eravamo tutti pronti ad una importante prova di cinema (italiano) guardando il trailer del nuovo film di Muccino, uscito non a caso nel giorno degli innamorati. Perché c’erano, non tutti, ma moltissimi attori importanti, di quelli che fanno la differenza e che attirano il pubblico con il loro solo nome.

Attori che oramai sembra quasi di conoscere confidenzialmente, a chi frequenta le sale ed i teatri (dove spesso per fortuna si incontrano). Attori che sono amici tra loro (e si vede!) e per i quali recitare è solo un modo per essere se stessi, per di più insieme. Questo il primo ed essenziale ingrediente del film: una comunità coesa di persone, di diverse generazioni (anche se, per la maggior parte, nei ruoli fondamentali, degli anni 60 e 70), chiamate a rappresentare, sotto la lente di ingrandimento del regista, il sentimento più nominato del mondo, l’amore, e il “contratto” più discusso è inevitabile del mondo, il matrimonio.

Amore e matrimonio, visti e trattati all’interno di una specie di “acquario” familiare; nell’arco di tre giorni di “fermo” obbligato sull’isola di Ischia. Uno scenario splendido, l’occasione della festa per le nozze d’oro dei genitori (Stefania Sandrelli e Ivano Marescotti), il guscio prezioso di una villa da ricchi, da persone “arrivate”, sebbene (come si scoprirà) con sacrificio e lavoro quotidiano. Lo spettatore, man mano che passano i minuti, comprende i legami di parentela, capisce chi si odia e chi si ama, per davvero o per finta.

La storia è una specie di sinfonia in crescendo, che parte in modo soave, leggero, quasi banale; per arrivare a scomposte fuoriuscite di verità, a insulti repressi, a aggressioni fisiche, a parole e sguardi autentici, al posto di silenzi e sorrisi falsi. La sinfonia, sulle note di Piovani, è suonata da musici uno più bravo dell’altro, prove tangibili che non è proprio vero, come molti critici e intellettuali (o critici intellettuali?) sostengono, che il cinema italiano è morto.

A tratti, il film ricorda Monicelli ed è simbolica come una tessera della nostra storia cinematografica la scena di Tognazzi con la Sandrelli. Non è semplice metterli in una classifica questi attori, perché i ruoli sono diversi e le interpretazioni, tutte, giuste e non valutabili in comparazione tra loro. Ho provato a chiedere a diverse persone che lo hanno visto: chi è il più bravo tra gli attori e tra le attrici? Non sono domande da farsi, vero: ma Muccino, schierando tutte queste stelle, le sollecita, è stato come un gioco (tra amici) al migliore interprete del proprio personaggio. Le risposte sono sempre diverse. Io ci ho pensato un po’, e la mia è questa: Gerini e Favino. Sarei curiosa di sapere la vostra!

Non è semplice nemmeno dire se è un film del tutto negativo e pessimista oppure no. Se c’è uno spariglio per il sentimento di San Valentino e per il secolare istituto matrimoniale. In prima battuta ho pensato: è una storia che racconta il fallimento delle storie d’amore in varie declinazioni. Si “salvano” (ma non del tutto) solo i vecchi e i “bambini”… Muccino distrugge l’idea tradizionale della casa quale focolare domestico. Le situazioni sentimentali descritte sono spente o dominate dall’ipocrisia.

Mi sono chiesta se è il senso di rassegnazione ciò che il regista vuole fare emergere: l’amore non dura per sempre, mettetevi il cuore in pace! Poi però, a pensarci bene, ho cambiato idea, perché nella narrazione della vita di tutti che Muccino fa (scritta insieme a Impacciatore) si trova il bandolo della matassa, non una soluzione rassicurante, ma una rassicurazione sul fatto che nelle curve, se non pretendiamo “una vita normale” (ma “le vite normali non esistono” dice Sandrelli ad Accorsi: i saggi consigli della mamma!) l’amore si trova, si perde, si ritrova, si trasforma. Serve. Questo è certo. Il tutto “riassunto” nella bella frase di Favino: “i veri romantici fanno più famiglie non si rassegnano al fallimento dell’amore e rilanciano”.

Menzione speciale a Ghini: ha un ruolo molto diverso da quelli consueti e fa riflettere su un dramma più grande di ogni altro: quando la mente si annebbia e non riconosci nemmeno le persone che ami vicino a te. C’è davvero da allacciarsi le cinture, citando Ozpetek, anche perché (come noterete) la macchina da presa di Muccino rotea come un otto volante, mettendo lo spettatore al centro delle montagne russe della vita.

Un film da 4 ciak.

1 commento su “A casa tutti bene”

  1. Uno spaccato della ns società a volte buffo, a volte amaro, a volte triste interpretato in maniera magistrale da un mega cast italiano. Lo spettatore sente un legame di amicizia che lega gli attori che si divertono a lavorare. Grazie per questa bellissima serata e per chi non lo ha ancora visto CORRETEEEEEEE !

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