Ore 15:17 attacco al treno

Ho fatto passare un po’ di giorni prima di scrivere su questo film, perché l’avessi fatto sul momento sarei stata eccessivamente dura. A caldo, quando sono uscita dal cinema, ero semplicemente senza parole per la bruttezza dell’ultimo lavoro di Eastwood regista.

Eppure, come credo per molti, la scelta di vederlo era “pilotata” proprio dal carismatico Clint. Ho pensato: saprà dare il giusto taglio ad un racconto di cronaca, magari infarcendolo di patriottismo e ideologie un po’ filo-militari, da esaltazioni a stelle e strisce. Ma con stile, con il suo stile.

Avevo letto che gli attori erano i veri protagonisti del drammatico episodio di terrorismo, avvenuto nell’agosto del 2015, su un treno diretto a Parigi da Amsterdam, nel cuore dell’Europa. Avevo creduto che la mancanza di professionisti del cinema sarebbe stata compensata dal livello della regia e che era una buona idea la scelta iperrealistica di fare rivivere alle persone che ne erano rimaste coinvolte l’incubo di quei minuti di paura, con la morte a un centimetro dal naso.

Dunque, avevo delle aspettative, confortate dalla convinzione che un lungometraggio sia un ottimo strumento di documentazione, anche di un fatto “storico”, più risalente o attuale, per riflettere e per non dimenticare. Nulla di tutto questo, purtroppo. Almeno secondo me.

Eastwood ha raccontato per tre quarti del film le vite un po’ banali dei protagonisti, mentre varie casualità li portavano, anche molto da lontano, a quella stazione ferroviaria. La stessa di un ragazzo carico di odio e di armi, intenzionato a fare una strage di passeggeri. Forse con l’intento di sottolineare come il fato ci conduca, in modo apparentemente causale, ad un certo snodo della nostra esistenza, dove le cose sono destinate a finire, ricominciare, cambiare totalmente (come in questo caso per i giovani eroi del salvataggio).

Peccato però che l’intento, anche apprezzabile in astratto, sia stato perseguito con una narrazione da sit-com americana di mediocre livello, con ricostruzioni del viaggio nel vecchio continente che sono state, per me, un vero pugno nell’occhio. A parte alcune scene in una finta Roma, con finte strade “pittoresche”, il punto più basso è raggiunto a Venezia, dove i turisti americani si esaltano per un improbabile gelato in piazza San Marco, con inutili divagazioni e dialoghi semplicemente noiosi. Insomma, una roba da scappar via dal cinema se non fosse per un antico rispetto nei confronti di Clint, che me lo ha impedito (a volte l’educazione ti frega!).

Poi c’è anche del(l’) (in)sano sentimentalismo trumpiano su “quanto sono bravi i nostri militari”; su “quanto è dura e cattiva la vita in caserma, ma poi è un soldato che salva la vita a decine di persone”. C’è persino la scena “vera” finale con Hollande che premia i muscolosi eroi che, pensando a ciò che davvero hanno fatto, ti senti in colpa a sbadigliare. Un’occasione persa, anzi bruciata, a mio avviso, per ricordare un evento grave e miracoloso, dove persone “normali” sono diventate degli angeli custodi per moltissime potenziali vittime della follia di uno.

Bastava raccontare semplicemente i fatti, senza divagazioni insulse; bastava focalizzarsi su quella tensione, sulla paura della morte, magari con dei flashback all’indietro; bastava approfondire chi fosse quel potenziale assassino (elemento totalmente ignorato e non raccontato nel film), anche per rimarcare la funzione didascalica di questo tipo di cinema. Invece nulla. Un vero black out nella carriera registica del grande Clint. Se potete, non andate a vederlo.

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