La forma dell’acqua

Il premio Oscar 2018 come migliore pellicola è meritatissimo, e se non fosse che l’interpretazione dell’eroina tragica di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Frances Mc Dormand) era davvero straordinaria nella sua drammaticità, avrei attribuito a Sally Hawkins la statuetta come migliore attrice protagonista.

Il suo è infatti un ruolo difficilissimo da interpretare: è una giovane donna muta, la sua voce non si sente mai nel film, salvo una scena immaginifica dove il suo distacco dalla realtà (non bella) che la circonda comincia a farsi più evidente. Deve quindi “compensare” con l’espressività del viso e del corpo l’assenza di suono, e questo la rende una creatura diversa e dotata di una sensibilità superiore.

D’altronde proprio la diversità è il filo rosso che lega i personaggi della storia ed è il tema del meraviglioso racconto di Guillermo Del Toro, etichettato come “fantasy sentimentale”, ma più vero che mai, una preziosa lezione di vita, attraverso una narrazione solo apparentemente fiabesca (mi sono venuti in mente E.T. e Avatar, quest’ultimo anche per una certa somiglianza dell’essere anfibio amato in modo primordiale da Elisa).

Chi ha un ruolo positivo, in questa favola ambientata durante la guerra fredda negli Stati Uniti, è un diverso: per ragioni fisiche, per il colore della pelle, per le proprie origini, per le propensioni sessuali. Per essere un “animale strano”, con le squame ed acquatico, ma capace di sentire e comprendere al pari di un uomo, adorato dalle popolazioni indigene dell’Amazonia e portato via con la forza dai militari americani, per farne oggetto di studio, di esperimento, forse anche di difesa dal nemico dell’est.

Chi ha un ruolo negativo è legato alle regole inflessibili del conformismo, all’idea di perfezione della famiglia tradizionale, dell’uomo forte, della divisione delle classi sociali, della emarginazione dei neri e dei gay. Quello era il mondo in quegli anni, sembra ci voglia dire il regista. Tanto che ho pensato, mentre vedevo il film, che nonostante tutto e sebbene ci sia ancora molta strada da fare, è comunque meglio l’oggi, con i suoi schemi saltati e la sua confusione e l’eclissi dei “valori” di una volta!

Una delle più belle frasi del film la dice Elisa, all’inizio, per darsi e dare forza al suo vicino di casa ed amico, cui chiede aiuto in un’impresa che sembra impossibile: “se noi non facciamo niente non siamo niente”. Per scardinare i compartimenti stagni in cui certi modelli di società cercano di chiuderci dobbiamo avere coraggio ed iniziativa, non aspettare che le cose migliorino da sé, perché questo non accadrà. E di coraggio la protagonista ne dimostrerà da vendere, insieme alla solida collega Zelda, che riesce a cogliere il senso di liberazione e di giustizia che avranno (loro due) dal fare evadere il prigioniero, altrimenti destinato a morte certa e a vivisezione, riportandolo al suo elemento acquatico, al mare, alla vita.

L’acqua è al centro della narrazione, scroscia, invade, si prende tutto lo spazio, come l’amore, quando nasce prepotentemente ed è in grado di superare ogni ostacolo si frapponga. “Incapace di percepire la tua forma ti trovi ovunque intorno a me”: l’acqua dove nasciamo diventa l’elemento del sentimento più puro, quello che trascinerà Elisa con il suo principe verde ad oltrepassare il limite dell’umano ed a sconfiggere persino la morte. Per me è un film obbligatorio da vedere, non proprio adatto a tutti e forse difficile per i giovanissimi, ma certamente un colpo di genio.

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