Sconnessi

A distanza di meno di tre mesi, esce una seconda commedia italiana sullo stesso tema: la malattia (perché diversamente non può chiamarsi) della dipendenza da smartphone, da 4G e da Wi-Fi. A novembre infatti forse ricorderete il film di Moccia, Non c’è campo (qui la mia recensione) con protagonista una scolaresca in gita in un paese sperduto del sud, tanto tranquillo quanto tagliato fuori da internet. Non so se ne sentissimo proprio il bisogno, ma tant’è, il regista Marazziti, coautore della sceneggiatura con la Andreozzi e Vado, ha perfino “scomodato” un grande attore come Bentivoglio per raccontare una storia di ordinaria follia dei nostri tempi.

E non è l’unico nome “calamita” per il pubblico, perché accanto a lui recitano Crescentini e Fresi ed anche il divertente Ricky Memphis. Tutti bravi, davvero. Sono una famiglia allargata ed eterogenea, che ruota intorno a Ettore (Bentivoglio), l’unico realizzato, arrivato, famoso, benestante. Gli altri sembrano, ciascuno per le proprie ragioni, aspettarsi qualcosa da lui; per questo lo seguono in una spedizione in montagna quasi forzata, per festeggiare due compleanni (uno è il suo). Tutto è organizzato però per disconnetterli da quei maledetti dispositivi elettronici che impediscono ogni comunicazione, ogni dialogo, ogni reale ascolto.

La bella villa di destinazione è isolata, anche dalle condizioni meteorologiche avverse. Il film fotografa il “dramma” di essere costretti a stare veramente insieme, cosa che ormai accade di rado, persino quando si è in due: vi è capitato di vedere una coppia a tavola, ciascuno con lo sguardo perso sul proprio smartphone e sui propri pensieri, distantissimi dalla persona che si trova proprio davanti, a pochi centimetri fisici? Certo. Succede a tutti, tutti i giorni. In questo contesto e con la finalità di farci notare qualcosa che già sappiamo (per di più avendo visto il film di Moccia…), il racconto si muove lentamente, smosso da qualche scena che fa ridere e concentrato sul volto, che basta a reggere un lungometraggio, di Bentivoglio. Non ho trovato originalità e neppure spunti di riflessione che non avevo già formulato su questo tema di indubbia attualità.

Credo sia giusto parlarne, della patologia di tanti che non sono più in grado di comunicare se non coi tasti ed i whatsapp. Lo dice anche la bella canzone di Diodato, Adesso (ascoltatela qui) dici che torneremo a guardare il cielo. Alzeremo la testa dai cellulari. Fino a che gli occhi riusciranno a guardare. Vedere quanto una luna ti può bastare. E dici che torneremo a parlare davvero. Senza bisogno di una tastiera”. Ecco, a dirvela tutta, lo spazio di quella canzone, sul tema affrontato da Marazziti, è più espressivo e incisivo dell’ora e mezza del film. Mi spiace dirlo, perché adoro uscire dal cinema entusiasta e poi trasmettere quella sensazione positiva a chi ha la pazienza di leggere le mie recensioni. Ma non è andata così, questa volta. Oltre i 2 ciak di valutazione non riesco proprio ad andare.

Eppure anche la Andreozzi, coautrice della sceneggiatura, è attrice e regista originale, brava e divertente (Nove lune e mezza mi è piaciuto moltissimo). Insomma: cerchiamo di parlarci, comunicare, guardarci negli occhi. Ma per un po’ niente film sulla questione della cellulare-addiction.

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