Vengo anch’io

Se conoscete la comicità surreale e raffinata della coppia (anche nella vita, come ci ricordano nei titoli di coda) Nuzzo-Di Biase, non vi farete sfuggire il loro primo film che, lungi dal mettere insieme battute per un’ora e mezza, racconta una storia che certamente fa ridere (il che non guasta, di questi tempi), ma che è anche, in modo originale, capace di dare un messaggio positivo ed anticonformista.

I protagonisti sembrano essere arenati in situazioni di vita fallimentari, condannati da errori del passato oppure semplicemente da una cattiva sorte. Sono in tre: Corrado, Maria e Aldo. Il primo è un assistente sociale che ha perso il lavoro ed ha deciso di suicidarsi (lanciandosi da un ponte in Puglia) dato che nemmeno i cocktail di psicofarmaci riescono a dargli un po’ di pace interiore (e come potrebbero?). Per questo parte per il sud, dalla periferia milanese, con l’occasione accompagnando il giovane Aldo, affetto dalla sindrome di Asperger: un ragazzo un po’ isolato dal mondo, abbandonato dal padre in una casa famiglia; si illude, raggiunta la maggiore età, di potere ritrovare il genitore a Pescara, dove abita, come si vedrà per nulla nostalgico del figlio, nonostante la malattia e la assoluta assenza dalla sua infanzia e adolescenza.

Per risparmiare sul viaggio, con il metodo “bla-bla car”, “caricano” anche Maria, che pure deve raggiungere Brindisi: è appena uscita dal carcere dove doveva scontare qualche anno per tentato omicidio (le ragioni del suo crimine sono esilaranti). Vuole andare dalla figlia che proprio in quei giorni dovrebbe partecipare ad una importante gara di canottaggio, vuole recuperare la sua assenza di quegli anni facendo il tifo per lei in quella occasione. Insomma, i tre (ciascuno per ragioni proprie pestato dalla sorte) si ritrovano a condividere un viaggio, attraverso strade provinciali, dalle piogge lombarde ai colori vividi del mare di Tricase, forzatamente insieme per giorni.

Succede che quell’incontro casuale sia capace di cambiare del tutto il corso delle non proprio fortunate esistenze dei protagonisti. Succede che la disperazione, che sembra essere la loro unica cosa in comune, si trasformi in voglia di non lasciarsi all’arrivo. Succede che quello che era solo un trio improbabile, al traguardo, diventi una famiglia vera, con l’aggiunta della figlia di Maria (Cristel Caccetta) che passa dalla solitudine alla condivisione del quotidiano con una mamma da tempo lontana e con due perfetti estranei.

A parte la bravura degli attori, mi è piaciuto il modo in cui hanno trattato il tema, che sembra banale, dell’unione che fa la forza. Una unione non conformista né qualificabile in modo tradizionale: una strana famiglia, che a volte sembra una squadra, ma che certamente è salvifica per ciascuna di quelle vite che sembravano avere preso una piega senza ritorno di disperazione. Un messaggio positivo quello del film, trattato con grande ironia. Una delle battute disincantate di Corrado è “quando la vita è da un po’ che non ti tira un calcio nelle palle e perché sta prendendo la rincorsa”. Ma la frase del film credo sia questa: “il canottaggio è come la vita, per andare avanti bisogna guardare indietro”.

Ci sono diversi cammei: Ambra, Haber, Aldo (del trio) e Salemme. E c’è una bellissima canzone finale, da ascoltare tutta fino all’ultimo titolo di coda: Questo vivere, di Giorgio Conte. Io lo consiglio, anche per i giovanissimi (per me il film vale 3 ciak). Una lezione di umorismo senza cadute di stile. Ed anche una riflessione sul fatto che, a volte, cambiare aria e, controcorrente, andare da nord a sud, può essere la giusta soluzione.

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