Nome di donna

Simbolicamente uscito nel giorno della festa della donna, l’ultimo film di Giordana ci dice che c’è ben poco da festeggiare. Piuttosto trasmette un messaggio di emergenza e lancia interrogativi drammatici: possibile che il ventunesimo secolo ci metta di fronte, quotidianamente, realtà di violenza e sopruso a danno delle donne?

Nel nostro Occidente “civile” ed evoluto, nelle città del nord, nei luoghi di lavoro: non c’è pace per chi appartiene al genere che nessuno dovrebbe avere più il coraggio di bollare come “sesso debole”. Subire tali e tante ingiustizie e sapere sempre rialzarsi. Altro che sesso debole! Deboli sono coloro che credono di affermare se stessi e la propria presunta forza con la sopraffazione, ritenendo “normali” certi gesti, considerando le molestie “complimenti”, come ad un certo punto dice l’anziana ospite della casa di cura (una inaspettata Adriana Asti) alla protagonista. Lei è Cristiana Capotondi, impeccabile, concentrata, senza sbavature, in un ruolo difficile. Interpreta una giovane donna alle prese con le battaglie solite della vita: crescere una figlia da sola, ritrovare il lavoro perso, affermare la propria volontà di indipendenza, nonostante un compagno presente e comprensivo, amorevole.

Lei però non vuole dipendere da nessuno e rinuncia per questo ad ogni scelta di comodo. Trova un impiego fuori città (Milano: il film è girato in Lombardia, a scanso di equivoci e di facili scuse, non siamo al sud, ma nel cuore sviluppato d’Italia). Non è certo il massimo fare l’inserviente in una casa di cura per anziani ricchi. Ma nella zona, essere assunti lì è considerato un privilegio. C’è di mezzo la chiesa e i potentati della zona. Un luogo antico e bellissimo, un’apparenza di benessere ed armonia. Ma si scopre subito che non è così e che, come spesso accade, sotto la patina lucida e perfetta, c’è marcio. Molto marcio. Colpisce nel racconto l’assenza di solidarietà tra le donne, tutte vittime, rassegnate e conniventi, di una ragnatela che sembra inevitabile.

Per andare avanti, per tenersi un’occupazione stabile, addirittura fare carriera, certe cose ti devi adattare a subirle. L’unica davvero solidale con Nina, forse perché reduce di quasi un secolo di battaglie (tutte perse?) per la dignità e la parità femminile, è l’ultraottantenne Adriana Asti (gli spettatori, sono certa, la adoreranno) che le dà il coraggio di non arrendersi alla cortina di omertà che consente al “maschio dominante” di turno di dimostrare il proprio potere di cartone. Già di cartone. Perché Giordana dimostra, passando a una narrazione un po’ da legal-thriller, che gli strumenti per ribellarsi alle molestie ed alle violenze (sui luoghi di lavoro; ma vale anche per quelle, purtroppo all’ordine del giorno, tra le mura di casa) esistono. Basta essere decisi ad usarli. Sono “personificati” dall’avvocatessa che si prende carico di difendere Nina (Michela Cescon). Forte e determinata, simbolo di quella che dovrebbe essere la donna di oggi. Affronta ad armi pari le situazioni, non teme gli uomini, sa di essere alla pari, usa la sua femminilità come un elemento di forza e di equilibrio, non come un facilitatore di obiettivi senza merito e rinunciando, prima ancora di provare, ad andare avanti a testa alta nell’avventura della vita.

Insomma, alla fine il messaggio di Giordana è: ragazze, non contate sull’aiuto delle amiche e delle colleghe. Nemmeno sui sindacati o sulle associazioni (che nel film non fanno certo una gran figura!). Contate su voi stesse. Trovate la forza dentro, battetevi con le armi che la legge offre. Denunciate le situazioni di abuso. Portate i molestatori davanti a un giudice. Una visione positiva (quasi positivista) che però la realtà di ogni giorno non mi consente di condividere fino in fondo, al di là della adesione astratta e fiduciosa all’idea che alla fine una giustizia, in fondo in fondo, ci sarà. Se così fosse davvero, perché dovremmo leggere di quotidiane violenze ai danni delle donne? Perché ancora è “normale”, anche nella mentalità femminile, che il capo, al lavoro, ci provi con te? E che un modo per fare carriera è essere l’amante del boss? Sveglia ragazze. Siamo ancora al palo. Altro che giustizia!

Al film 4 ciak, applicando la mia personalissima classificazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...