Oltre la notte

Diane Kruger per l’interpretazione di Katja in questo film è stata premiata a Cannes nel 2017 come migliore attrice. Un riconoscimento strameritato, anche considerando quanto fosse difficile il ruolo della protagonista assoluta della storia, sulla quale è incentrata quasi esclusivamente l’attenzione del regista Fatih Akin. Lo stesso de La sposa turca, ricordate?

Questa volta, con l’andamento di un thriller (anche legal), ci racconta qualcosa che sembra realtà, perché di terrorismo e attentati è intriso il nostro oggi. Ed in più perché l’episodio drammatico narrato dal regista tedesco di origine turca è “liberamente ispirato” a fatti reali avvenuti in Germania tra il 2000 e il 2007. In quegli anni si verificarono diverse uccisioni a danno di stranieri ed immigrati. Si scoprì poi che i responsabili aderivano ad un gruppo neonazista (l’NSU – Nationalsozialisticher Untergrund) che non fu semplice “inchiodare” con una condanna processuale.

Teatro dell’esplosione che porta via le vite del marito di Katja (Nuri) e del figlio Rocco è la periferia di Amburgo, un luogo ad alta densità di popolazione non tedesca. Nuri è appena uscito dal carcere ma intende ricostruire positivamente la propria esistenza, lavorando e occupandosi della sua famiglia. La parola fine arriva con un ordigno artigianale lasciata su una bicicletta davanti al negozio dell’uomo, dove si trovava con il bambino. Il film si dedica alle reazioni interiori della protagonista ed alle sue capacità di reazione, in prima battuta affidandosi con fiducia agli strumenti dello Stato, alla polizia, alla giustizia.

Il tema è questo ed è declinato con il punto interrogativo: ci sono le condizioni, quando si perde tutto come Katja, di trovare riscatto nell’intervento delle istituzioni? Sono in grado di trovare i colpevoli e di punirli? Ne hanno gli strumenti e soprattuto la volontà? È chiaro che il taglio dato al film non è per nulla neutro, è lontano da una cronaca ed è vicino ad un atto di accusa. Fa discutere, ha un finale che sorprende lo spettatore, fa rabbia, punta il dito.

La Germania, modello di efficienza e rigore, non ne esce per niente bene da questi cento minuti. E viene il sospetto che il fallimento di cui ci parla il regista non sia dovuto ai soliti trucchi del diritto ben usati dagli avvocati ed alle falle del sistema, di cui si approfittano meglio i colpevoli degli innocenti. Bensì da un pregiudizio nei confronti delle vittime, da una scelta di cercare “altrove” i responsabili e non al proprio (più profondo) interno. È più semplice dire: è un regolamento di conti tra stranieri che ammettere di covare ancora tra la propria gente il germe della follia hitleriana.

Mi è piaciuta molto la profondità con cui questi argomenti sono trattati ed insieme il ritmo del racconto, che vi lascia incollati allo schermo, incapaci di dire come finirà per Katja. È così che si affronta il tema delicatissimo del terrorismo; non con la semplicistica, banale narrazione dei fatti, infarcita da luoghi comuni senza nessun collegamento con il dramma, come da poco fatto da Clint Eastwood in Attacco al treno (qui potete leggere la mia recensione). Insomma, un film per me da 4 ciak, consigliato, magari con un buon compagno di cinema per ragionarci insieme dopo. Serve.

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