Io c’è

Il film ha un tema, quello della religione, o meglio delle religioni, che di rado (o forse mai) è affrontato dal cinema, se non per raccontare di personaggi appartenenti all’una o all’altra confessione, magari in modo eroico o come ricostruzione storica. Ci vuole coraggio per fare dell’argomento “fede” l’oggetto di un racconto tra il dissacrante e l’ironico, una riflessione senza veli sulle impalcature costruite dall’uomo intorno al concetto del divino, all’idea di Dio da distribuire sulla terra ai credenti, per renderli prima di tutto dipendenti, in cambio alleviando le loro solitudini o sofferenze personali con la speranza di un al di là migliore di qui.

Il regista, non nuovo in realtà ad un approfondimento del genere (si pensi a Orecchie sul quale vi invito a vedere questo link), questo coraggio, almeno nelle intenzioni e nell’idea di base, lo ha avuto. Anche scegliendo attori capaci di interpretare a dovere lo sguardo disincantato dell’autore del soggetto: Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston. Sono bravi, fanno anche molto ridere, soprattutto all’inizio. Nelle scene in cui si decide, per bassissime ragioni “fiscali”, di lanciare la sfida alla casa di accoglienza per “turisti” gestita dalle suore, dirimpettaie del pretenzioso quanto male in arnese B&B “Miracolo italiano”, gestito, in perdita, da Massimo.

La sfida, folle quanto incredibilmente vincente, consiste nel trasformare l’albergo in chiesa, i prezzi per una notte in “offerte” dei fedeli, la casa ereditata dal padre in “luogo di culto”. La ricetta è inventarsi una religione, dato che dal parroco al rabbino passando per l’imam, tutti hanno detto uno sdegnato no a Massimo che cercava di offrire le sue mura per condividere fedeli (ed incassi esentasse). Una religione “vera”, capace di trascinare le masse, anche se non necessariamente plausibile (“perché, esistono religioni plausibili?” Si chiede Marco, Battiston, incaricato di redigere la “dottrina” e di scrivere le regole base del nuovo credo).

Nasce così l’Ionismo, una fede basata su se stessi, sull’io. Un’idea semplice quanto geniale: sollecitare le persone a concentrarsi davanti a uno specchio, individuando lì, in quell’immagine, il proprio Dio. La banalità della trovata è immediatamente colta come un gioiello rarissimo dai disperati e diseredati accolti come “cavie” nella struttura alberghiera. Sono terreno fertile i più poveri e i più soli (ma forse non è davvero così?) per una religione che offre una soluzione semplice a ogni problema: guardarsi riflessi e trovare la forza in se stessi. Innegabile che ci siano tutti gli elementi per fare un film memorabile ed unico ed eretico e capace di fare discutere ed anche arrabbiare molto le chiese e i vari portatori della verità.

Purtroppo però, ad un certo punto, più o meno a metà, quella tensione cala, cala la vis comica, è come se il regista si arrendesse, quasi spaventato dalla strada che aveva imboccato. Dall’arrivo del personaggio femminile interpretato da Giulia Michelini, la storia prende una piega per me incomprensibile, una inversione a U che vanifica l’originalità degli inizi ed anche certe battute sferzanti come “i sensi di colpa sono importantissimi nelle religioni”, per crearne a tavolino alcuni, allo scopo, calcolato, di ingenerare dipendenza negli adepti. La fine è quindi deludente, non all’altezza dell’idea.

Peccato, perché dello Ionismo si sarebbe potuto discutere molto di più e sarebbe stato bello vedere qualche imporporato inalberarsi (ed anche preoccuparsi) per la nuova verità, di non credere nell’aldilà per essere felici sulla terra, ma soltanto in se stessi.

La mia valutazione è di 3 ciak 🎬🎬🎬, facendo la media con la prima mezz’ora, che ne merita 5!

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