Piuma

Il titolo è leggero leggero. E la cosa bella è che è il nome di una bambina, quella di Cate e Ferro che alle soglie dell’esame di maturità inciampano in una inaspettata vera prova d’essere adulti. Cercano un nome capace di volare sopra tutto, per scongiurare la pesantezza che contagia le loro vite quando scoprono che il loro amore da ragazzini ha generato “qualcosa” di veramente impegnativo.

“Qualcosa” che li costringe a stravolgere ogni programma e che scatena le disarmonie delle e nelle rispettive famiglie di provenienza. Già questo fa riflettere. Ciò che dovrebbe essere pura gioia è invece accolto con paura, manda in crisi il rapporto tra loro, ingenera litigi urla recriminazioni. Sembrerebbe una storia banale con riflessioni altrettanto scontate. Ma non è così, perché il regista e sceneggiatore ci mette l’ingrediente surreale e del simbolismo, che serve per rendere il film una favola moderna che insegna molto, con un linguaggio semplice e anche con l’ironia e con la comicità dei linguaggi (romanesco e senese, Sergio Pierattini è davvero bravo).

Centocelle e il quartiere Casilino (palazzoni e antenne) diventano fondali di un grande specchio d’acqua dove i due protagonisti nuotano leggeri leggeri, a un certo punto seguiti da una paperella di plastica. Quelle che non affondano mai, anche nel mare in tempesta. I nove mesi sono il mare in tempesta, onde pericolose dove Piuma rischia prima di tornare da dove è venuta (non si può tenere: non ci sono soldi, siamo troppo giovani, non c’è lavoro, non possiamo rinunciare alla nostra spensieratezza); poi di essere “data” ad altri genitori più capaci, responsabili, con l’età giusta.

La vera eroina positiva, secondo me, è Cate. La giovane (il cui nome rievoca il fiero personaggio femminile della Casa in collina di Cesare Pavese: sarà un caso?) dimostra di sapere essere padrona della sua vita, e nelle curve più pericolose è lei che raddrizza lo sterzo. Da sola. Senza Ferro (tutt’altro che solido, a dispetto del nome) e nonostante il padre, che altro non fa se non aggravare ulteriormente la situazione con la sua cronica immaturità.

Mi è piaciuto moltissimo il suo realismo, senza durezza però. È consapevole che l’amore può finire, che non basta un figlio per avere la garanzia di rimanere sempre insieme. Anzi forse è proprio un figlio (per di più inaspettato) che può togliere forza all’amore, oppure snaturarlo e farlo piano piano assottigliare e trasformare in qualcosa di tiepido. Ma lo stesso decide di accogliere la sfida di diventare mamma. Una scommessa dove si vince sempre. Comunque vada.

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