Un sogno chiamato Florida

Il titolo originale di questo bellissimo film, che vi farà guardare il mondo e le sue brutture, per quasi due ore, con gli occhi di un bambino, è The Florida project. La traduzione italiana quindi è decisamente colorata di rosa, edulcorata. Ma in quel motel di rosa (e violetto, per dare l’impressione di un luogo fiabesco) c’è solo la pittura che il manager Bobby (un eccezionale e rassicurante William Dafoe) spennella sulle pareti per coprire le scrostature e nascondere i segni delle vite diseredate che abitano quelle stanze.

Già, perché il Magic Castel Hotel, nonostante sia a forma di maniero delle favole, nonostante confini con i parchi tematici di Orlando, nonostante sia estate e i tramonti della Florida siano mozzafiato, è un luogo marginale, di poveri cristi, di gente che fa fatica anche a pagare l’affitto e a trovare i soldi per il fast food. È qui, in questo teatro ristretto e finto, colorato e disperato, che si svolge il racconto, i cui assoluti protagonisti sono dei bambini.

Moonee (Brooklynn Prince), Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto) trascorrono giornate di scorribande e avventure, non desiderano altro che il gelato al chiosco o superare il confine del motel per raggiungere le vecchie case abbandonate o il bosco, che è un luogo incantato e insieme spaventoso. Sembrano indifferenti alle vite disastrate dei loro genitori, allo squallore della quotidianità ed anche sprezzanti dei pericoli di quella periferia apparentemente innocua ma nella realtà degradata e insidiosa.

Loro non se ne accorgono, ma hanno un angelo custode (Bobby) che li protegge; e non solo sovrintende ad ogni affare quotidiano e si occupa degli ospiti morosi e delle pareti rovinate, ma osserva ogni cosa e crea intorno alla piccola banda del motel un cordone di sicurezza. Il personaggio di Bobby è semplicemente meraviglioso, è insieme un padre ed un fratello ed anche un vecchio zio per gli adulti. È reclamato (se va via la luce o l’acqua calda), insultato ed applaudito, cercato ed implorato. Ma non cambia mai il suo atteggiamento: calmo, accogliente e bonario. A volte duro. Ma sempre presente. Da solo, è il padre che tutti quei bambini non hanno. Si occupa anche, senza molto successo, della mamma di Moonee (Bria Vinaite) che proprio non ce la fa a tirare dritto e a non inciampare negli ostacoli della vita. Ed anche se, nonostante tutto, la sua bambina la adora e ridono insieme e sembrano felici (scorrazzando al supermercato e vendendo profumi taroccati davanti agli hotel di lusso) proprio non ce la fa a prendersi cura di lei come si dovrebbe, anche il minimo indispensabile.

Il finale è semplicemente strepitoso, nel momento in cui tutto sembra crollare, anche sulle piccole teste dei bambini. Il finale è un tocco di maestria del regista e ho pensato che in quella scena si racchiude tutto il senso del film. E si giustifica la traduzione non proprio fedele del titolo nella versione italiana. Se avete la possibilità di vederlo, fatelo, non rinunciate a questo capolavoro. Per me vale 5 ciak 🎬 🎬🎬🎬🎬.

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