Contromano

In un momento in cui è impossibile scucire a qualsiasi politico una reale presa di posizione sui temi dell’immigrazione, Albanese (anche da regista dopo un bel po’ di anni: l’ultima volta è stato con Il nostro matrimonio è in crisi) dà una lezione a tutti. A modo suo. Con ironia, realismo, paradosso, coraggio.

Il coraggio di dire davvero ciò che pensa, passando attraverso tutti i sentimenti (anche i peggiori) e le reazioni (invettive comprese) dell’italiano medio, senza scadere nel buonismo e nemmeno nella banalità del politicamente corretto a tutti i costi. Un enorme rischio quando si affronta questo tema. Il racconto è dal punto di vista di un milanese DOC, solida borghesia commerciale del nord ovest.

Erede di un negozio in centro di vendita di calze e fili pregiati, Mario Cavallaro è un uomo solo ed abitudinario, ama il suo lavoro che svolge con meticolosità; coltiva un orto urbano sul tetto del palazzo a cui dedica tutto l’amore che ha. Il suo pensiero è semplice e nitido: ognuno deve stare dove è nato, al suo posto. Se accadesse questo, il mondo, secondo lui, sarebbe un luogo migliore dove vivere (esemplare la scena delle lumache che infestano le sue piante, riportate una a una nel parco davanti a casa, sotto gli occhi increduli di quattro ragazzi neri).

L’esistenza di Mario si complica non solo quando il barista amico di sempre decide di vendere il locale storico all’egiziano del kebab (ed il solito marocchino del mattino che fine farà?); ma soprattutto quando davanti al suo negozio si piazza un giovane senegalese che vende esattamente la sua stessa merce. A un decimo del prezzo. I clienti, anche quelli affezionati, si volatilizzano uno ad uno, attratti dal risparmio ed incuranti della qualità scadente. Il protagonista realizza che ha solo una strada per liberarsi di questa calamità: riportare a casa sua, in Africa, il concorrente sleale. “Se ognuno facesse come me, uno alla volta li riportiamo tutti”, dice orgoglioso, dopo avere studiato il piano del rimpatrio nei dettagli.

Una frase che si spera non venga sentita da nessun leader di partito a corto di idee su come risolvere il problema del sovraffollamento delle nostre città! Oba (questo è il nome del malcapitato straniero) cede al sequestro e al rientro coatto a patto di portare con sé la bella Dalida, che racconta essere sua sorella. Inizia un viaggio in auto da nord a sud, estremo sud. Da Milano al Senegal. Migliaia di chilometri che cambieranno la vita dei tre, sovvertiranno le convinzioni più granitiche, faranno a ciascuno vedere le cose in un’ottica addirittura opposta da quella di partenza. Ci sono scene davvero divertenti durante il tragitto: una menzione speciale merita il personaggio interpretato da David Anzalone, Umberto; anche lui ha una ragione per essere diverso, un handicap fisico di cui si approfitta con invidiabile autoironia e ha qualcosa da insegnare al povero Mario, che ben presto, già all’altezza di Porto Ercole, realizza che il suo progetto è una vera follia. Ciononostante lo porta a termine, in Senegal ci arrivano.

La parte girata in Africa è la più bella ed emozionante (ascoltate questa canzone, per capire il clima: https://youtu.be/oLeBi3s7Uw0). Il preciso ed abitudinario lombardo, cambiando latitudine, comincia a liberarsi di orpelli pregiudizi e idee fisse; comprende quello che Dalida chiama “il senso africano”: “niente è vicino niente è facile niente è comodo”. Arriva a capire che “non c’è ordine migliore di un sano disordine” e che “sono le cose diverse che fanno crescere il mondo”.

Per me però la frase del film, quella in cui credo anche io, è che “il mondo è troppo piccolo per non viverlo tutto tutti”. In barba ai muri, ai confini, agli statisti che si approfittano delle paure della gente per coltivare il razzismo e la loro piccola idea di benessere, nel proprio giardino e con la propria gente. Adoro Albanese e dopo questo film ancora di più.

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