A beautiful day

Scrivere di questo film è difficilissimo, sebbene sia qualificato come thriller e di solito il genere si caratterizzi per la complessità della trama, la suspense ed il finale a sorpresa. Qui non c’è niente di tutto questo, si tratta di un lavoro davvero particolare e sconsigliato a chi ama formulare giudizi netti prima ancora che siano finiti i titoli di coda.

Il racconto è tratto da un romanzo breve di Jonathan Ames, edito in Italia da Baldini & Castoldi (“Non sei mai stato qui”) ed è incentrato sul personaggio principale, interpretato da Joaquin Phoenix in modo intenso e con toni espressionistici, quasi senza parole. Lo scorso festival di Cannes è stato premiato con la palma d’oro come migliore attore (insignita anche la sceneggiatura, a dimostrazione del valore di questa pellicola, pur apparentemente scarna e povera di dialoghi).

La regista scozzese mette in scena la storia di un reduce di guerra disperato e psicologicamente annientato per le violenze subite, viste e commesse: sin da bambino ha subito maltrattamenti ed abusi, ad opera del padre. Ha vissuto come un automa le esperienze belliche da marine, dove l’unica via di scampo era dimenticare ogni pietà umana. Una volta tornato a New York (descritta in modo cupo, fotografata nelle sue periferie e squallori) si divide tra un’esistenza da bambino non cresciuto, coabitando da figlio unico con la madre molto anziana, e un “lavoro” da killer nel sottobosco della malavita, da vendicatore di giovanissime vittime di pedofili e vecchi viziosi.

Uccide a mani nude o armato di un martello, lo stesso oggetto con cui veniva minacciato, da piccolo, dal genitore, prima di vedersi inferti i peggiori soprusi. Le turbe di Joe fuoriescono continuamente nella sua memoria di adulto, con dei flashback che lo riportano nel deserto, di fronte a corpi devastati dalla guerra, o nell’armadio della sua stanza di fanciullo, soggetto a assurde costrizioni da parte del padre.

Tra gli incarichi che gli vengono dati per fare giustizia rapida ce n’è uno che riguarda la giovane figlia di un senatore: una missione che scoperchia il coinvolgimento della politica in un terribile giro di pedofilia, in cui delle adolescenti sono oggetto di scambio e di atti immondi. Il personaggio di Joe mostra tutta la sua complessità: da un lato efferato anche con se stesso (desidera togliersi la vita, ci prova in vari modi, ma non riesce mai nell’impresa); dall’altro tenero e generoso, fino al punto di mettere da parte ciò a cui tiene di più e a rischio il suo unico vero affetto (la madre) per proteggere e liberare una bambina abusata.

Alla fine, il film è quasi una parabola, che lo vede riunirsi ad una sua simile per (forse) ritrovare un po’ di luce. Dovrete aspettare l’ultima scena per capire la ragione del titolo, perché proprio in nessun’altra si vede qualcosa di bello o consolante o lontanamente ottimistico. Sconsigliato a chi non sopporta le scene splatter e a chi ha bisogno di rilassarsi.

Qui si esce dal cinema parecchio incupiti e (dai commenti che ho sentito) senza avere capito bene come siano andate le cose. I ciak sono 3 🎬🎬🎬, soprattutto in onore della bravura di Phoenix, che si è dato ad una prova di attore davvero difficile, comprensiva, come noterete, di una cura ingrassante.

1 commento su “A beautiful day”

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