La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

Raccontano luoghi che conoscono bene, perché è in uno di quei quartieri che hanno vissuto. E dalla scena iniziale capite subito che quello che sta per succedere è fuori dal mondo, lontano dal “sistema”, slegato da ogni ordine e giustizia. Un piazzale di Ponte di Nona, intorno case popolari colorate, una vecchia Panda ferma con due ragazzi a bordo. Che mangiano, masticando rumorosamente e insieme parlando in modo concitato tra loro. Mirko e Manolo sono compagni di scuola e di scorribande, di espedienti per sbarcare il lunario, accomunati da famiglie disastrate e genitori disperati e rassegnati ad un’esistenza marginale e ogni giorno durissima; allo squallore del quotidiano ed alle cose che non vanno mai per il verso giusto.

La riuscita del film dipende molto dalla bravura dei due protagonisti, anch’essi esordienti: Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano (quest’ultimo intenso e talentuoso come un giovane Elio Germano). Non ci sono sbavature nei dialoghi, che a volte si fa fatica a capire completamente. Sono grugniti, un romanesco aspro, adatto a rapporti basati sulla violenza e cementati dalla sopraffazione. La trama è avvincente, perché contiene un evento fatale, quelli che sono capaci di cambiare il corso delle cose.

Questo evento irrompe nell’amicizia dei due ragazzi e la trasforma in una complicità tra killer. Fa emergere di che cosa era composto il loro mondo, chi comandava, chi poteva distribuire potere di vita e di morte e soldi. Molti soldi. Mostra senza veli la totale assenza, in quelle zone urbane, dello Stato, delle forze dell’ordine, di qualsiasi forma di controllo e di protezione delle persone che decidono di non delinquere o che semplicemente non hanno la possibilità di scegliere, tanto sono irrilevanti e deboli.

Emblematica la figura della madre di Mirko, l’unica che cerca (inutilmente) di avere un’esistenza normale in quella giungla di cemento. C’è anche Luca Zingaretti, nel ruolo del più cattivo e spietato di tutti. Il boss, che si approfitta dell’ingenuità avida di quei ragazzi: delle conseguenze non gli importa nulla. La vita umana vale come quella di una formica e se si schiaccia nessuno si volta indietro.

Solo con l’ultima scena ho capito il titolo, che è potente come il film: l’abbastanza è un accontentarsi di ciò che si ha, ma senza alcun significato positivo. Vuole dire non avere aspirazioni, subire passivamente le regole sovvertite del quartiere, non provare nemmeno a uscire da quei confini. Il contrario di ciò che hanno fatto i gemelli D’Innocenzo. A riprova che il talento premia ancora. Una grande, grandissima consolazione.

Mi è piaciuto, per me vale 4 ciak 🎬 🎬 🎬 🎬