Rimetti a noi i nostri debiti

Il primo lungometraggio italiano di produzione Netflix è un film serio e nitidamente drammatico. Affronta un tema universale ma trascurato, si focalizza su ambienti e situazioni considerate di nicchia, non interessanti per la cinepresa, troppo squallide per costruirci sopra una storia.

Si tratta dei debiti, dell’assillo dei debiti, del mondo delle finanziarie, dei recuperatori di crediti inevasi. Cacciatori di denaro difficile, il fango dove le banche non vogliono mettere le mani. Il regista Morabito, che già, sempre con Santamaria protagonista, aveva raccontato il marcio delle società farmaceutiche ne Il venditore di medicine, del 2013, racconta di Franco (Giallini) e Guido (Santamaria), con lo sfondo di una Roma livida e senza pietà (il luogo più rassicurante è il cimitero del Verano, sui cui cipressi si affaccia l’appartamento di Guido e tra i cui vialetti deserti, incurante del contesto, lui fa jogging la mattina presto).

Franco è un maestro nel “convincere” i debitori morosi a tirare fuori i soldi; Guido è disperato, anche lui non riesce a pagare le rate dei prestiti che ha contratto. Perde il lavoro. Fa fatica a ritrovare l’amore. Per risanare la sua posizione si costringe ad accompagnare Franco nelle sue spedizioni, a vendere se stesso, ad imparare quel lavoro sporco. Entrare nelle case delle persone, seguirle per strada, umiliarle davanti ai familiari, ricordando loro che devono pagare “il debito”. Quel debito assunto con una banca o una finanziaria, poi da queste ceduto a società nate apposta per recuperalo in tutto o in parte, senza scrupoli, senza passare dalla giustizia lentissima, dagli avvocati costosissimi, dalle aule di tribunale.

Quasi a dileggiare quel mondo “regolare” ma poco efficace (con le maniere forti si ottiene tutto…) Guido e Franco hanno una divisa grottesca per inseguire le vittime designate: una toga nera con su scritto “recupero crediti”. Si imbattono quotidianamente nel dramma di chi non ce la fa proprio a pagare, della vergogna di non essere capaci di far fronte agli impegni presi. Una realtà così diffusa che aveva bisogno di essere narrata, sebbene non abbia proprio nulla di buono o di poetico. Solo labili rapporti umani sono scialuppe di salvataggio rispetto al perdere ogni senso umano.

D’altronde, il titolo del film è una preghiera, un verso del Padre nostro. Tutti lo conosciamo, anche se non siamo religiosi o se non entriamo in chiesa da anni. Si implora di avere rimessi i propri debiti, ma nella stessa misura in cui anche noi sappiamo risparmiare chi ci è debitore. Il regista ed autore sembrerebbe volere dire che la vita è più clemente con chi, nonostante tutto, mantiene la pietà, sa guardare negli occhi l’altro e non tirargli il colpo di grazia. Sembrerebbe. Perché a ben vedere, alla fine, la storia che il film racconta non insegna proprio nulla e non dà spiragli né speranze: che ci sia una giustizia, che la bontà venga ripagata dalla sorte, che la fortuna sia propizia con chi non infierisce. Piuttosto, descrive il nostro mondo come una giungla, dove vige la legge del più forte. Chi non lo è, è destinato a perdere, a vivere di stenti, perfino a morire.

3 🎬 🎬 🎬 a questo noir di autore. Cercatelo su Netflix, che al cinema in questo periodo non c’è molto da vedere.

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