Inside man

In attesa di vedere qualche bel nuovo film al cinema e di sapere chi sarà premiato a Venezia 75, rivedo un capolavoro di Spike Lee. Di lui si è parlato in questi giorni, avete letto? Mi piace la sua mente aperta, originale, anticonformista, il suo essere un regista multiculturale.

I personaggi delle storie che racconta (energetici e forti) rispecchiano questa idea che è innanzitutto politica e che lui porta avanti in contesti anche storici diversi (pensate al coraggio di raccontare “Il miracolo di Sant’Anna”, nel 2008, il prezioso lungometraggio dedicato alla strage di Stazzema). Quest’anno vedremo “BlaKkKlansman”, nelle sale italiane dal 27 settembre, che racconta la storia del detective afroamericano Ron Stallworth di Colorado Spring, infiltrato nel Ku Klux Klan fino a diventarne il capo.

“Inside man” è di dodici anni fa ma è talmente attuale, nell’idea e nell’alta tensione, che ho pensato che certamente l’autore spagnolo della “Casa di carta” (la serie Netflix con milioni di seguaci nel mondo) vi si è ispirato (per dirla con un eufemismo, dato che alcuni spunti nelle modalità della rapina in banca, come quello di vestire gli ostaggi tutti uguali così da confonderli con i rapinatori, sono del tutto identici!).

Il film contrappone due personaggi, il poliziotto (un meraviglioso Denzel Washington) e l’ideatore del colpo (Clive Owen). Sono due fuoriclasse, ciascuno nel suo campo. Sembrano nemici acerrimi, all’inizio, il bene e il male. Il nero e il bianco (qualcuno avrebbe da ridire su chi fa il buono e chi il cattivo…). Uno difende la legge, l’altro la vuole violare, con classe, per arricchirsi alle spalle della banca e dei suoi risparmiatori. Ma come spesso accade, la vita, e soprattutto il passato, è più complicato dell’apparenza. Per questo, a formulare giudizi, bisognerebbe essere cauti (ma per capirlo, serve maturità mentale e culturale, quella che sicuramente ha il regista americano).

Nel racconto, una gelida Jodie Foster fa la sua parte, decisiva e misteriosa, anche questa tutta la decifrare, senza affrettarsi nel metterla dalla parte dei corrotti. Fa la sua parte la storia, che ci mette un po’ a chiudere il cerchio. Ma poi lo chiude sempre, a distanza di decenni. Se va bene. Come ne “La casa di carta”, anche qui la rapina ha un senso e non è semplice esercizio delinquenziale. Non si capisce chi sia la vittima e chi il carnefice, fino alla fine, e non solo per lo stratagemma dei travestimenti tutti uguali.

La frase del film, anche questa da prendere come insegnamento (ma non sembra sia facile farlo comprendere, soprattutto a qualche sciocco governante) è per me: “Ho fatto strada raccogliendo amici, non nemici”, detta dal poliziotto nero con splendida sicurezza. Cercate questo film, ed anche gli altri di Spike Lee, salvo che non siate dei fans convinti di Donald Trump e dell’età dell’arancione. Non credo reggereste le idee “rivoluzionarie” dell’importante film maker afroamericano.

Per me vale 4 ciak 🎬 🎬 🎬 🎬

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