La felicità è un sistema complesso

Pubblico la recensione di questo film perché il regista, Gianni Zanasi, è lo stesso di «Troppa Grazia», l’ultima pellicola che ho visto nelle sale e di cui prestissimo vi parlerò. La felicità è un sistema complesso è la storia di un cambiamento, di quelli di rottura, di una rivoluzione di vita indotta da un incontro (ma non è quasi sempre così?).

felicita'Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) interpreta un personaggio ordinato, diligente, solitario, che ha successo nel lavoro un po’ assurdo che gli condiziona l’esistenza, un lavoro a cui non è semplice dare un nome, qualcosa che necessita di travestirsi e di fingere, per indurre e condizionare la volontà di persone deboli ed indeterminate.

Non ve lo svelo che cosa sia, perché lo si deve capire pian piano, guardando il film: questa è certamente la volontà del regista, ci si mette un po’ a focalizzare la situazione in cui Enrico si è rinchiuso, usando le sue capacità persuasive come un killer infallibile. Il suo datore di lavoro è un vecchio anaffettivo, capace di annientare il proprio figlio, un eccezionale quanto malinconico Giuseppe Battiston, costretto a ricorrere alla siringa per sopravvivere al nulla esistenziale in cui è stato cresciuto senza sapersi ribellare. Insomma, uno stallo senza vie di uscita con mezzi normali.

Irrompe a sparigliare le carte ordinate e tutte uguali una specie di angelo folle, una giovane donna israeliana che dorme per terra, mangia noccioline e guarda il mondo con gli occhi di un bambino. Ed oltre a lei due ragazzini che a causa di un incidente stradale, in cui hanno perso entrambi i genitori, hanno ereditato una immensa fortuna ed una azienda importante da gestire.

Sono diversi però da tutti gli altri incontrati da Enrico e sui quali senza nessuna pietà esercitava le sue arti di convincimento. Insomma delle variabili umane che sono come uno schiaffo per il protagonista, lo svegliano dal letargo (la scena dove esattamente questo avviene è quella dove lui si tuffa vestito in piscina davanti agli occhi attoniti dei suoi datori di lavoro e dei vecchi industriali che avrebbe dovuto aiutare a realizzare obiettivi e guadagni).

Questo percorso è assecondato da una colonna sonora potente e onnipresente: vi consiglio poi di ricercare e riascoltare In a manner of speaking di Nouvelle Vague e Just a habit di Low Roar. E da una tecnica di ripresa originale e che fa un po’ perdere l’orientamento. Nell’ultima scena il senso del film è offerto agli spettatori con una immagine metaforica, dove Enrico si mescola a degli adolescenti lanciati sugli skate board; lui li segue in bici, appartiene ad un’altra generazione ma lo stesso si immerge nella loro vitalità esagerata, non ha paura della discesa, anche se l’angelo folle si è dileguato su un treno ad alta velocità, così come era arrivata.

Ma ormai la missione era compiuta ed Enrico liberato.

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