Suburra, il film

In questi giorni sto vedendo su Netflix “Suburra – La serie” (a breve sul blog un mio articolo) il prequel dell’omonimo film del 2015 diretto da Stefano Sollima – tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini – del quale pubblico qui di seguito la mia recensione.

Dicevo: Suburra, il film. Ho letto una cosa scritta da una persona che considero un maestro (del mare e del vento): si augurava che la vita potesse continuare nel rispetto dell’umano. Ecco, in questa storia (legata al reale da date precise, che individuano un periodo, l’autunno del 2011, di decisive cadute e storici abbandoni) c’è la negazione radicale del rispetto dell’umano.

Tutti (con una sola eccezione che dirò, ma non è un vero eroe positivo) sono in vendita, hanno un prezzo, rinnegano anche se stessi, anche valori elementari, pur di entrare nella giostra del denaro facile e del potere, a dispetto della vita, della dignità di persone (e animali), della bellezza (uno degli obiettivi è fare approvare in parlamento una legge di cementificazione del litorale romano, Ostia come Las Vegas).

Il film è violento, brutale. Nessuno si salva, nemmeno quelli che si credono assolti: sono lo stesso coinvolti (come insegna il poeta). Alla fine, gli anelli deboli (i tartassati, le vittime) si riscattano uccidendo e vendicandosi con altrettanta brutalità. Un riscatto nero e sempre nel male. Unica flebile luce: la giovane tossica che diventa omicida solo per amore (fedele come un cane) e si sottrae alla compravendita di se’.

Ma e’ talmente flebile che la pioggia scrosciante presente in tutto il film (nel tentativo di ripulire, inutilmente) la spegne subito e gli spettatori restano al buio. Come nella realtà. Dietro e sotto c’è Roma, con il cupolone che ritorna, indifferente, arreso e forse connivente.

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