Santiago, Italia

Quando in Cile si è imposta la dittatura militare di Pinochet ero troppo piccola per averne un ricordo. Ma, come spesso accade, sono stati i libri (neppure la scuola) a raccontarmi qualcosa di quella striscia di terra sudamericana e della sua storia difficile di quegli anni. Un romanzo di Isabelle Allende intitolato D’amore e ombra (ve lo consiglio, intanto leggete qui ) ha destato il mio interesse per quel pezzo di storia, appassionandomi delle vicende dei due protagonisti e suscitando il mio sdegno per la violenza che lo caratterizzò, per la negazione della libertà di pensiero, per le uccisioni e le torture, simili a tutte le altre, nei regimi totalitari.

Per questo non potevo mancare il documentario di Nanni Moretti sul tema: un’opera originale, che narra attraverso intense interviste (con inquadrature a mezzo busto, dove si sente solo la voce del regista) le vicende di persone che furono catturate subito dopo la presa di potere dei militari e l’uccisione del presidente Allende. Individuate come nemici dello Stato, da eliminare o neutralizzare. Come fonti di delazione, attraverso terribili ed umilianti torture.

Tutti (erano intellettuali, artigiani, operai, giornalisti, insegnanti, scrittori e registi) riuscirono a rifugiarsi all’ambasciata italiana a Santiago, saltando il muro, con ogni espediente pensabile, animati da disperazione e istinto di sopravvivenza. Lì trovarono diplomatici intelligenti che, pur in assenza di indicazioni dal ministero degli Esteri (c’è da stupirsi?), decisero di proteggere come rifugiati politici quelle persone, accoglierle per un periodo e poi dotarle di un salvacondotto per l’Italia. Il bello del film, che è pura realtà portata alla luce con la consueta asciuttezza di Nanni, sta nel modo di raccontare vivido dei protagonisti di questa storia: le vicende drammatiche di quei giorni arrivano agli spettatori anche attraverso immagini vere, quelle di repertorio, trovate negli archivi della Rai e della televisione cilena.

È emozionante ascoltare gli ultimi messaggi di Allende al suo popolo, un saluto consapevole della sua definitività. Mi hanno commosso le pause anche prolungate nelle risposte degli intervistati alle domande sulla loro esperienza: gli mancavano le parole, tanto forte era la potenza del ricordo di quei giorni di cui loro malgrado furono vittime ed eroi. Di Nanni Moretti si sente la voce ma lo si vede solo una volta: durante l’incontro con uno dei criminali del regime, incarcerato per omicidio e tortura, Ituarriaga. Questi ad un certo punto si altera, pretendendo imparzialità nella conduzione dell’intervista. E Nanni compare per dire una frase che secondo me è simbolica, nel documentario: “io non sono imparziale”. Bisogna essere così, soprattutto nei momenti cruciali: prendere una posizione, per scomoda che sia.

Mi ha colpito come quei cileni rifugiati nel nostro Paese abbiano descritto l’Italia degli anni settanta. L’accoglienza che trovarono, la solidarietà per la loro situazione: per tutti l’Italia è stata una seconda patria. Li ha ospitati facendoli sentire a casa loro. Nitido il richiamo ai nostri giorni. Chiara la necessità di un paragone. Per chi lo voglia fare, senza rimanere imparziale.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 da Decima Musa.

Buon 2019, cinefili.

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