A un metro da te

Ho scelto di vedere questo film perché nella mia quotidianità ho conosciuto, attraverso un’amica, cosa sia la fibrosi cistica, come condizioni la vita di chi nasce con questa patologia (in particolare, i più piccoli), con quali strumenti (della medicina e non solo) possa essere affrontata e anche combattuta. Non tutti sanno di che si tratti e penso sia bene che il cinema, che è capace di raggiungere diverse fasce di pubblico, di ogni età, si occupi di argomenti così seri.

La diffusione della conoscenza e della consapevolezza è positiva in sé, per consentirci di non sottovalutare certe situazioni e magari di decidere di fare la nostra parte (guardate questo link della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica). Insomma: mi sono trovata in un cinema del centro di una metropoli qualunque, letteralmente circondata (e non me lo aspettavo!) di teenager di sesso femminile in delirio, come in attesa dell’uscita sul palco della rockstar preferita. La ragione è presto detta: il protagonista del film è Cole Sprouse, un vero idolo delle giovanissime (dalle millennials in giù, fino alla preadolescenza inclusa).

Documentandomi, perché ero colpevolmente ignorante, ho scoperto che si tratta di un attore americano (anche se nato ad Arezzo, dove i genitori insegnavano inglese) 26enne già lanciatissimo, sin dalla sua prima apparizione in uno spot di pannolini. È famoso soprattutto per il ruolo di protagonista nella serie Riverdale di genere teen drama (guardate qui) già arrivata alla terza stagione. Il suo ruolo in Five feet apart (titolo originale: 5 piedi, cioè un metro e mezzo, nella versione italiana si accorciano le distanze…) è tutt’altro che leggero, come quello della brava Haley Lu Richardson, entrambi nati, nella finzione, con la fibrosi cistica: il racconto si basa su un libro “omonimo”) che ha al centro una domanda “puoi amare qualcuno che non puoi toccare?”.

Le quasi due ore si svolgono esclusivamente in un ospedale specializzato nella cura anche sperimentale di questa malattia, che costringe chi ne è colpito a condurre una esistenza protetta e sotto controllo, cadenzata da intense cure farmacologiche, all’erta continua nei confronti delle infezioni che possono provenire da altri pazienti o anche da un incontro casuale. La ragione della necessaria distanza da mantenere e della conseguente impossibilità anche solo di toccarsi è, per chi è ammalato, una questione di sopravvivenza. Immaginate cosa possa accadere ad innamorarsi: e a non potersi sfiorare, non potersi baciare, avere solo la possibilità di guardarsi negli occhi, parlarsi, passeggiare, ma con quel gap di centimetri, salvagente per entrambi dalla reciproca possibile compromissione fatale di uno stato di salute sempre precario.

Ho apprezzato molto la costruzione del personaggio di Stella, che affronta la sua condizione ed anche la vita in ospedale, dove è spesso costretta a stare anche per lunghi periodi, con razionale determinazione: sostituisce questa alla disperazione che altrimenti si impossesserebbe di lei, quando, per esempio, vede le sue amiche lanciarsi con il paracadute e bere cocktail in piscina, durante un viaggio al quale in nessun modo lei avrebbe potuto prendere parte. Quando, per esempio, nonostante l’impegno ed ogni sforzo, vede morire le persone a lei più care, sconfitte dalla FC (così la chiamano i ragazzi, un’abbreviazione che potrebbe farla sembrare qualcosa di familiare, ma che invece è un modo per non nominarla tutta, quella malattia insidiosa e cattiva).

Questa storia ci dice che l’amore può nascere ovunque, anche nel luogo più inospitale (cosa è peggio delle corsie di un nosocomio, dove anche le azioni più semplici sono impedite o limitate?). Che l’amore dà la forza di affrontare il peggio che la sorte ci riserva, conservandoci momenti di incosciente romanticismo e di felicità anche fuggevole. Che per amore si può anche morire, senza essere degli eroi epici. Che ogni giorno dobbiamo ringraziare le stelle o ciò in cui crediamo se abbiamo la possibilità di toccare, abbracciare, sbaciucchiare le persone a cui vogliamo bene. E non scordarci di farlo spesso, perché anche se non sembra è un privilegio che la fortuna ci sta regalando.

4 ciak 🎬🎬🎬🎬, perché è il primo film che si occupa dell’argomento e grazie alla svelta degli attori attira i giovanissimi, parlando con un misto di leggerezza e profondità di una cosa veramente seria.

1 commento su “A un metro da te”

  1. A prescindere di chi o cosa attira la gioventù ke si è recata e si reca a vedere questo film l importante è il forte messaggio che trasmette e che viene percepito dal pubblico…. Film utilissimo, ben fatto educativo da nn perdere…

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