Le invisibili

Nella Francia dei gilet gialli e nell’Italia che ha sconfitto la povertà, un film come questo è una vera lezione di realismo e, se si è capaci di vederlo, anche di idealismo. È tratto da un documentario realizzato cinque anni fa per France 5, “Femmes invisibile, sopravvivere sulla strada” e dal libro, di Claire Lajeunie, su cui si basa.

Oltralpe ha avuto un notevole successo di pubblico, superando il milione di biglietti staccati al botteghino. Da noi stenta a decollare, l’argomento fa storcere il naso ai troppi che ritengono il problema di cui tratta, con ironia e leggerezza, il regista Louis-Julien Petit (quello dell’emarginazione e della perdita di identità legate a condizioni economiche miserrime) o inesistente e gonfiato (i “poveri” sono tutti evasori) o risolvibile con uno schiocco di dita (basta una legge!) o semplicemente fastidioso (cambiare marciapiede se si incrocia un clochard).

La scelta delle attrici (il film è tutto al femminile) è frutto di una attenta ricerca antropologica sulla strada, poche sono professioniste; addirittura alcuni dialoghi sono improvvisati e basati sul sentiment del momento tra le protagoniste. Inoltre, trattandosi di una storia ambientata integralmente in un centro di accoglienza diurna, la narrazione è attenta agli aspetti più tecnici di questo lavoro, nulla è lasciato all’emotività, perché l’intento non è generare pietà umana o preoccupazione per un fenomeno, bensì fare comprendere che esiste una strada per risolvere, seppure con difficoltà e lentezza, un problema cronico che affligge troppe persone nelle nostre metropoli.

Le assistenti sociali impegnate nell’avventura, in salita, di rendere visibili le invisibili si rendono conto che ciascuna di loro, più che di cibo e di un luogo dove lavarsi e dormire, ha bisogno di ritrovare considerazione per se stessa. Autostima, fiducia nelle proprie capacità. Il tema dunque è quello, importante e centrale per la nostra società ormai perennemente in crisi, di sostituire l’assistenza con l’occasione di lavoro; lo spicciolo quotidiano con la ricetta per camminare con le proprie gambe. Non ti garantisco un mantenimento nello stato vegetativo in cui ti trovi; cerco di tirarti fuori da quella condizione, partendo da una domanda: “cosa sai fare?”; e poi “cosa facevi prima di perderti e di dissolvere sulla strada e sui marciapiedi di notte le tue capacità e le tue doti, anche le tue competenze?”.

Porre questi interrogativi alle “ragazze” che tutti i giorni frequentano il centro di accoglienza riesce in qualche modo (sebbene all’inizio sembri un’impresa impossibile) a smuoverle dal torpore e dalla disperazione in cui si trovano. Ognuna, a proprio modo, riesce a ricordare chi fosse, a riportare alla luce le proprie abilità: a volte vi capita di pensare, quando vedete una persona che dorme al freddo per terra seppellita sotto i cartoni “chissà chi era prima di abbandonarsi qui?”. Il bello del film è che, come ho detto, non c’è pietismo: mostra tutti gli aspetti della situazione, con neutralità e senza giudizio. La polizia che sgombera, l’ostinazione di qualcuna a non volere rientrare nel mondo attivo ed alla “normalità”, la condizione spesso insostenibile di chi, come quelle assistenti sociali e volontarie, decide di dedicare la propria vita agli ultimi, simile al volere svuotare l’oceano con un cucchiaio.

Il personaggio che mi è piaciuto di più è quello della clochard tuttofare, la prima a ripartire, la prima a trovare un lavoro vero, grazie alla sua incredibile capacità di aggiustare qualunque elettrodomestico, dote coltivata in carcere (aveva scontato una pena per l’omicidio del marito violento: un delitto di cui si vantava con chiunque, per lei una medaglia di eroismo ed amor proprio). Tra le attrici, tutte convincenti, e perfettamente amalgamante con le donne senzatetto scovate dal regista, la caratterista Noémie Lvovsky, appena vista in I villeggianti con Valeria Bruni Tedeschi.

La “morale della favola” è uno smile, un emoticon che sorride, nonostante tutto: il vero vessillo di quelle benefattrici, una sorta di talismano per non arrendersi.

3 ciak 🎬 🎬🎬, ed un plauso al cinema impegnato nel sociale, senza inutili ambizioni “politiche”, ma solo per togliere il velo ad una realtà troppo invadente per ignorarla.

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