La caduta dell’impero americano

Ultima tappa di una trilogia iniziata nel 1987 con “Il declino dell’impero americano”; che continua con “Le invasioni barbariche” (2003), Oscar per il miglior film in lingua straniera: l’autore e regista è il canadese Denis Arcand, impegnato in una riflessione ultratrentennale sulle evoluzioni della nostra società, su come l’individuo si adatti alle difficoltà, spesso legate oggi alla mancanza di denaro. A una percezione della povertà, con la conseguente frustrazione esistenziale, sempre più pressante, in concomitanza del crescere dei desideri e dell’innalzarsi dell’asticella della condizione del vero benessere.

Il contesto e le tematiche di questo film mi hanno costantemente ricordato “La casa di carta” la serie spagnola visibile su Netflix: un successo planetario, che ha reso eroi dei rapinatori di banca. Milioni di spettatori che facevano il tifo per loro, per la riuscita del loro piano, di diventare ricchissimi, svuotando le casse della Zecca di Spagna. Volevano conquistare, con l’astuzia ma anche se necessario la violenza, quella ricchezza ingiustamente negata loro dalla sorte e riservata a pochissimi; volevano uscire dalla mediocrità, dalle difficoltà del quotidiano, impossessandosi di soldi appena stampati, che certamente sarebbero stati destinati a una manciata di ricconi privilegiati.

Diversamente dalla Casa di carta però i protagonisti di questa storia sono (anche un po’) come Robin Hood: rubano a chi ha troppo per dare ai poveri l’indispensabile per una sopravvivenza dignitosa. Fate attenzione: la prima scena è fondamentale, il dialogo in un ristorante di Montreal tra Pierre-Paul e la fidanzata, che lo sta per lasciare (esasperata dalla sua mancanza di iniziativa e dalla ristrettezza delle sue possibilità economiche).

Lui è un laureato in filosofia, una persona di intelligenza e cultura di molto superiori alla media. Ma fa il fattorino per necessità, non essendo riuscito ad usare il suo titolo di studio per “sfondare” al lavoro. Si barcamena, ma ciononostante è impegnato come volontario in una mensa per poveri, che fornisce anche vestiti e generi di prima necessità per i clochard. Il numero dei disperati che dormono per strada, constata lui, è in aumento. Spesso si tratta di nativi, appartenenti alla popolazione inuit. Sradicati in origine, dalla prepotenza della storia e dei colonizzatori, e ancora marginalizzati da una società dove non riescono a trovare collocazione.

Chi guarda la scena, caratterizzata da un dialogo illuminato, riguardante anche la politica internazionale (persino Berlusconi merita una battuta!), si rende conto che al centro del film e di una trama appena abbozzata c’è il tema del denaro. Nelle tasche di chi va; come bisogna essere per accaparrasene quantità sufficienti; esiste una linea di confine netta tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, con riguardo alla conquista della ricchezza? Viene lanciata una tesi dal protagonista: essere capaci ed avere intelletto non serve a nulla. Vince, oggi, chi è più furbo e più spregiudicato. Il seguito della storia, che vi lascerà con il fiato sospeso fino alla fine, serve per dare una risposta a questi interrogativi. Darla innanzitutto ai personaggi del racconto, ma soprattutto a noi che li guardiamo sul grande schermo. Una trama talmente bella e avvincente e perfetta che non vi posso anticipare nulla: farei cadere tutta la costruzione, come quando si sposta male una bacchetta del gioco shanghai.

Sappiate che gli eventi, casuali e non, sono pensati per sostenere una precisa affermazione finale, proprio sul denaro e su come sia giusto conquistarselo: uscirete dal cinema senza punti interrogativi, almeno a me è successo così. E credo sia la volontà dell’autore: non creare dubbi ma affermare qualcosa, che generalmente è rivoluzionario e contro corrente, di sicuro non conforme con la “morale comune”. Alla fine sembra che ci sia una provvidenza che però non ha niente a che fare con quella manzoniana, ed alla quale conviene affidarsi, non passivamente, ma usando il cervello. Che rimane la maggiore ricchezza di cui disponiamo.

Bravi e credibili gli attori: io ho adorato il personaggio di Racine, un ex galeotto economista, che ha imparato molto dietro le sbarre e certi errori non è più disposto a commetterli. Chi esce vittorioso alla fine, come ne La casa di carta, è un gruppo di rivoluzionari discreti. Sembra quasi una premonizione, quella di Arcand, di qualcosa che potrebbe succedere. E che farebbe sgretolare le stesse basi del capitalismo mondiale. La frase del film è questa (pronunciata appunto dall’ex galeotto): “Non sono un avvocato sono un criminale. Sono onesto”.

E la citazione filosofica da ricordare è: “L’importante non è cosa si mangia ma la persona con cui si mangia”.

Per me sono 5 🎬 🎬🎬🎬🎬. Un vero capolavoro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...