Il grande spirito

L’ultimo film di Sergio Rubini (nel blog trovate la recensione di una delle sue ultime interpretazione in Terapia di coppia per amanti) è la risposta ai criticoni del cinema italiano: quelli che “sempre le stesse commediole, le stesse facce, gli stessi temi melensi e leggeri”.

Il cineasta pugliese non tradisce se stesso, la sua nota poliedricità, una rara maestria nel passare dal tragico al comico: questa volta mette in scena, con l’amico Rocco Papaleo (tra i protagonisti dell’ultimo film di Alessandro Gassmann ne Il Premio) una storia drammatica, eroica e surreale con lo sfondo dei tetti della città di Taranto. Quasi integralmente ambientato sul cortile condominiale di un palazzo popolare, con vista Ilva, il film ha due protagonisti: Tonino (Rubini), un rapinatore e ladro di professione, ma con scarsi risultati; e Renato (Papaleo), autosoprannominatosi Cervo Nero, come un indiano d’America, sopravvissuto alle invasioni degli yenkee.

Si incontrano a causa di una fuga: quella del primo, sui tetti della città, dopo avere trafugato in un borsone il bottino di un colpo a un “Compro oro”, scatenandosi contro tutte le bande e i criminali più pericolosi della zona. Cervo Nero lo soccorre, lo cura e lo ospita, in una baracca priva di qualsiasi comodità dei nostri tempi (l’acqua è quella piovana ed è impossibile ricaricare il cellulare).

Il racconto è incentrato sul loro rapporto, sui dialoghi, i litigi violentissimi e le farneticazioni tra i due; l’umanità dello squallido condominio sul cui tetto Renato si è installato, sfuggendo all’ospedale psichiatrico dove l’unico parente vorrebbe rinchiuderlo, è dolente e disperata. Il contesto è insomma simbolico di infelicità e rovina, con la sottolineatura che tutta quella sofferenza è frutto della volontà miope e della stupidità dell’uomo, come l’inquinamento che esce dalle ciminiere della fabbrica.

La domanda è se ci sia possibilità di redenzione e salvezza e se il destino sfortunato dei protagonisti possa cambiare. Se la resistenza di Cervo Nero alla falsa civiltà industriale possa avere la meglio, come se lui fosse un Toro Seduto dei nostri giorni, asserragliato nel suo villaggio e deciso a salvarlo dall’invasione dei bianchi.

Non è semplice calarsi nel linguaggio simbolico e allucinato di questo film e codificarne i significati: ma comunque, mentre vi concentrate alla ricerca della vostra anima ambientalista, godetevi l’interpretazione magistrale dei due attori, le musiche di Einaudi, la fotografia virata ai colori freddi effetto clarendon di Michele D’Attanasio (un giovane artista dell’immagine che ha già un curriculum importante: dalla serie Rocco Schiavone ai film Veloce come il vento e Lo chiamavano Jeeg Robot).

Papaleo, secondo me, dà il massimo di sé, forse il ruolo più difficile sinora interpretato, che sembra disegnato su misura per lui dal regista (anche se in un’intervista racconta di averlo all’inizio pensato per sé).

Premio Rubini con 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬.

1 commento su “Il grande spirito”

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