Così parlò Bellavista

Il 2019 ci ha portato via, poco dopo Andrea Camilleri, un altro “mostro sacro” della cultura contemporanea Made in Italy, Luciano De Crescenzo. Molto tempo fa, da ragazzina, lessi il suo libro cult (opera prima dell’autore) Così parlò Bellavista, edito nel 1977 da Mondadori. A pensarci oggi, credo – all’epoca – di non averci capito molto, anche se lo trovai divertente. Forse ne compresi un livello minimo di significato, e mi sfuggì il senso filosofico degli insegnamenti del professore. Per questo, da “grande”, ho voluto rivedere il film, che ho trovato liberamente scaricabile a questo link su Facebook.

Il racconto ha una trama semplice e la dimensione spaziale di un condominio napoletano, dove un gruppo di personaggi, molto caratterizzati, si riunisce con cadenza quotidiana a discutere di massimi sistemi nello studio di Bellavista (interpretato dallo stesso De Crescenzo, che mette in scena se stesso e le sue idee). I temi di base sono quelli dell’amore e della libertà, trattati come scelte alternative e non sovrapponibili; opzioni che rappresentano un modo di vedere la vita: l’amore, geograficamente, tipico del sud; la libertà, del nord (per semplificare, ma nella semplificazione sta la forza dell’opera, accessibile a tutti e insieme mai insulsa o volgare).

Nel mondo rilassato e surreale di quel cortile del centro storico partenopeo, “irrompe” un manager milanese con la sua famiglia. È il dott. Cazzaniga (Renato Scarpa), nuovo capo del personale dell’Alfa Sud, portatore di una visione efficientista e pratica, capace di mandare in tilt i suoi condomini, a partire dal trio che si occupa del portierato dell’edificio (uno addirittura senza alzarsi mai dalla sua sedia impagliata, tanto da fare credere di essere una creatura dotata di fattezze diverse da quelle dei normali bipedi).

Il film è soprattutto un inno alla napoletanità, alle manie dei suoi abitanti, alle superstizioni che impregnano anche le mura della città, all’umanità profonda che consente di metabolizzare ogni male e perdonare difetti o mancanze. Sembrerebbe un esercizio autocelebrativo, adatto a chi è nato lì ed ha il piacere di una sviolinata d’autore. Ma non è così: la narrazione, oltre ad essere a tratti esilarante, soprattutto quando si concentra su fatti e situazioni di sempre viva attualità, non solo a Napoli, è saggia, senza tempo, equilibrata, rasserenante. Il contrario esatto della rabbiosa aggressività del nostro quotidiano.

Anche per questo ne consiglio la visione, soprattutto a quelli nati dopo: che non si pensi che l’Italia sia una terra di urlatori ostili. Siamo stati e siamo anche dei filosofi e dei mediatori, capaci di mescolare amore e libertà; accoglienti e fantasiosi. Siamo Milano e Napoli, senza pregiudizi e in pace con noi stessi. O almeno proviamoci, ad esserlo.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 per Bellavista, che nella sua attuale dimensione starà continuando, come immagino, a impartire insegnamenti anche a chi ha già vissuto. Magari c’è un modo per avere una seconda possibilità.

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