Ad astra

Brad Pitt, ancora lui (per di più, questa volta, anche produttore del film). Dopo la grande prova nell’ultima opera di Tarantino (C’era una volta…a Hollywood, in cui era Booth, un simbolo positivo di lealtà ed amicizia) lo vediamo destreggiarsi nelle vesti di un ingegnere spaziale, astronauta per nascita, essendo il figlio di uno dei più grandi navigatori stellari, sperduto da due decenni tra i pianeti più lontani.

La storia è ambientata nel futuro, in parte girata negli studios holliwoodiani, tra simulatori di volo ed immagini digitali; in parte in location reali, come le dune di Dumont nel Deserto del Mojave e i tunnel in disuso della città di Los Angeles (alcune sequenze sotterranee di Marte sono girate lì).

James Gray, con riferimenti importanti come 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrik, Gravity di Alfonso Cuaron e Interstellar di Christopher Nolan, racconta un’avventura senza forza di gravità, tra Giove, la Luna e Nettuno. Ma, al di là dei luoghi, dei milioni di chilometri che separano i protagonisti dal pianeta blu, i temi sono fortemente legati alla terra, all’uomo, ai sentimenti più elementari. Roy (Brad Pitt) è un personaggio drammatico ed intenso; nel suo lavoro ha seguito la strada del padre, è lui che gli ha trasmesso quella passione per il cosmo, una inarrestabile curiosità di conoscenza di che cosa ci sia oltre i confini della nostra sfera.

Viene scelto dall’Agenzia Spaziale per una missione che coinvolge, incredibilmente, a distanza di venti anni dalla sua sparizione, proprio quel genitore che Roy credeva perso per sempre. Il suo sarà un viaggio pieno di insidie, la tensione è costante e molto alta, nonostante il film abbia una durata di più di due ore.

Un percorso ad ostacoli (“per aspera”) che è metafora della difficoltà di chi si trovi, da adulto, a dovere ancora sciogliere nodi che riguardano un rapporto così stretto e ancestrale come quello con il padre. A voi è capitato? Magari non avrete preso una navicella spaziale diretti su Giove, ma non sarà stato facile, ne sono sicura. E nemmeno è certo avere raggiunto un obiettivo di rappacificazione con se stessi…

Il cosmonauta, nella finzione, sarà disposto ad arrivare “ad astra”, fino a Nettuno, per trovare quel padre che sembrava perduto. Un viaggio chiaramente impossibile all’uomo (accettabile in una pellicola di fantascienza) ma che ho interpretato come simbolico della ricerca disperata di risposte mai avute e del desiderio, forse infantile, di colmare vuoti dell’infanzia, quando si è ormai adulti.

3 ciak 🎬 🎬🎬, con un particolare riconoscimento alla bravura del protagonista, per me impeccabile.

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