Grazie a Dio

Nel vedere questo film, premiato alla Berlinale 2019, in lingua originale, con i sottotitoli in italiano, è stato ancora più facile dire a me stessa che un’opera così coraggiosa, su un tema tanto delicato ed attuale e scottante per la chiesa cattolica, non poteva che provenire da un regista d’oltralpe.

Si tratta di una vicenda realmente avvenuta che ha sconvolto la comunità religiosa lionese, arrivando come un proiettile fino al Vaticano; e squarciando il velo dell’omertà che troppo spesso copre violenze e sopraffazioni sui più deboli. In questo caso i deboli sono bambini o adolescenti, affidati dalle famiglie a un prete che, anziché proteggerli ed occuparsene come un pastore di anime, approfittava della loro ingenuità per sfogare i suoi istinti pedosessuali.

grazie a DioNon utilizzo la parola pedofilia, perché in uno dei taglienti dialoghi della pellicola, il personaggio principale (e primo accusatore) fa notare che quel termine significa amore per i bambini. Mentre il prete, il cui affetto malato anche lui aveva dovuto subire, i bambini li usava, con una forma di passione solo distruttiva per la loro crescita e nefasta per gli adulti che saranno.

La storia segue il percorso lento della verità, quando esce fuori come acqua sotterranea, dopo anni di invisibilità. Il protagonista è un rispettabile quarantenne che abita con la sua numerosa famiglia (ben cinque figli) nella città francese (cogliete l’occasione per farvi venire la voglia, fuori tema rispetto ad un racconto così cupo, di vedere o rivedere Lione che merita un weekend lungo, così antica ed insieme lanciata nel futuro, colta e moderna). Alexandre sembra sereno e soddisfatto, in pace con se stesso e con una fede religiosa che appare solidissima, praticata e condivisa con la moglie e i suoi ragazzi. Ma lo smalto della vita ordinaria e alla luce del sole che conduce cade pezzo per pezzo, man mano che il passato, quello dei suoi anni da scout, fa irruzione insieme alla consapevolezza della ingiustizia subita. Ed al desiderio di riscatto, che si manifesta in un primo momento garbatamente. Con il solito fare ovattato delle sagrestie. Poi, man mano che aumenta il numero delle persone coinvolte, con sempre più determinazione per fare uscire la verità, farla uscire pubblicamente, sulla stampa, attraverso una indagine penale, un processo di cui tutti devono parlare.

Di fronte alla reticenza delle autorità ecclesiastiche, la reazione di quegli ex ragazzi abusati è netta: se la chiesa non è in grado di fare giustizia, bisogna rivolgersi alla giustizia dello Stato. Accanto al processo, il film racconta della nascita di un’associazione, che raduna le vittime e i loro familiari; delle esperienze dei singoli, legate all’inganno di un religioso apparentemente così popolare e protettivo; dello sbandamento di chi riponeva molto del proprio equilibrio in una fede religiosa tradita dagli uomini e dai loro limiti e miserie. Il film non dà risposte, racconta un fatto (se si vuole trovare un difetto: con un po’ di lentezza, soprattutto nella seconda parte).

Pone anzi un interrogativo, con la voce di uno dei figli di Alexandre: “papà, ma tu credi ancora in Dio?”. Nel silenzio del protagonista sta il dubbio che il regista vuole mettere allo spettatore. Insieme alla rabbia, che non può mancare, soprattutto quando l’alto prelato che doveva sovrintendere alla integrità della sua chiesa, nel corso della conferenza stampa cui venne trascinato dai media, disse “grazie a Dio (da qui il titolo) c’è la prescrizione”. Una frase terribile, assolutoria, irresponsabile. Che non vorremmo mai sentire.
Mai più almeno.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬: è un argomento da non lasciare sotto la polvere e di cui parlare anche con i bambini.

1 commento su “Grazie a Dio”

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