Parasite

Reduce dalla palma d’oro a Cannes 2019, Parasite ha letteralmente sbancato ai botteghini di tutto il mondo, totalizzando ad oggi quasi 90 milioni di dollari. È il primo film sudcoreano a vincere questo premio: scritto e diretto da un regista cinquantenne che ha già avuto successo con opere poliziesche e fantasy.

Qui affronta temi reali, umani, bassi e universali, come lui stesso dichiara in un’intervista, per smentire l’idea che si tratti di cronaca legata al suo paese ed alla metropoli (Seul) dove la storia è ambientata.

In particolare, Parasite (il titolo dovrebbe già farvi capire qualcosa della trama, significando letteralmente parassita) tratta della povertà e dei dislivelli sociali, del gap incolmabile che, nella nostra società, evoluta e capitalista, divide i ricchi e istruiti da chi non ha lavoro né alcuna prospettiva di smarcarsi dalla misera e dall’ignoranza assoluta.

Un argomento, di base, identico a quello de Un affare di famiglia, il film giapponese palma d’oro del 2018 (qui la mia recensione)

Evidentemente un problema, se per due volte di seguito a Cannes si è deciso di incoronare pellicole che descrivono senza veli e al di là di ciò che si possa immaginare come si vive davvero nei quartieri bassi delle metropoli orientali, moderne, apparentemente proiettate nel futuro e dominate dall’elettronica.

In Parasite, il regista (che ha pregato giornalisti e commentatori di non spoilerare alcunché, perché lo spettatore deve stupirsi minuto dopo minuto di come rotolano gli eventi) si focalizza su due famiglie antitetiche: una benestante e per molti versi scollata dalla realtà, chiusa come è in una villa meravigliosa sulla collina di Seul; l’altra accattona e intraprendente, che vive alla giornata in un seminterrato umido e sporco, come milioni di altri nelle favelas della terra. Due mondi che sembrano non doversi mai incontrare se non per un accidente, foriero di conseguenze imprevedibili.

Ed è questo che racconta il film, di genere noir, thriller, dramma. Vi terrà sospesi per le oltre due ore di durata, a cercare di capire (inutilmente) chi siano i buoni e chi i cattivi; chi siano i parassiti e rispetto a chi; quale sia la ragione degli eventi decisivi che portano la storia all’esito finale. Fa anche ridere, a momenti, questo film: ma la risata è amara e si trasforma velocemente in altri sentimenti, tutti dominati dall’angoscia e dalla consapevolezza che qualcosa di fatale sta per accadere.

È vietato ai minori di 14 anni perché è anche molto violento: la vita umana conta poco, di fonte alle ambizioni e all’istinto di sopraffazione. Non c’è giustizia ma solo casualità: e gli oggetti creduti, dalla tradizione orientale, portatori di fortuna, diventano armi letali o causa di eventi disastrosi.

Simboliche queste scene, per me: quella della ricerca spasmodica del Wi-Fi gratuito, per fare funzionare whatsapp, all’inizio del film, tra le mura della baracca dei protagonisti poveri; e la discesa agli inferi durante l’alluvione, dove è evidente che la furia degli elementi meteorologici ha sempre come destinatari quelli che hanno ben poco da perdere.

Per me merita 5 ciak 🎬 🎬🎬🎬🎬, lo considero un capolavoro.

Non è semplice ed è un pugno nello stomaco, ma parla di ciò che siamo senza distinzione di latitudini.

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