Aspromonte

La terra degli ultimi, è il sottotitolo del film. Ed accende i riflettori su una realtà tutta italiana: poco meno di settant’anni fa, in un paese dimenticato (ed oggi abbandonato), Africo, Aspromonte, Calabria. L’idea è quella di raccontare oggi come eravamo nel 1951, cosa accadeva in un sud povero e trascurato, sopratutto dallo Stato. E dare uno spunto sulle ragioni della sostituzione della criminalità organizzata alle istituzioni, fare riflettere sul perché don Totò (il capetto locale, interpretato da Sergio Rubini) fosse più temuto e credibile del Prefetto calato dal nord.

2019_aspromonte-filmLa comunità poverissima di quel villaggio montano è rappresentata con un verismo magistrale, a tratti antropologico. L’occhio dello spettatore si immerge nel fango, nella terra dura, nella ruvidezza delle vesti. Tutto è uniformemente marrone, il regista si sofferma sui piedi sporchi e robusti degli africhesi, non abituati alle scarpe e privi delle minime risorse per acquistarle. In pochi tratteggi, sin dai primi minuti del racconto, si capisce che la assoluta miseria non impedisce ai protagonisti una vita dignitosa ed una umanità e un senso solidale forse perduti.

L’anno è il 1951, ad Africo manca l’essenziale: non c’è il medico e nemmeno la scuola. La gente muore così, come gli insetti. Di parto e di fatica. Un prepotente, per il proprio svago, può decidere di portarsi via una ragazza strappandola a marito e figlio; la richiesta, rivolta alle autorità della vicina cittadina litoranea, di avere la minima assistenza sanitaria sembra una pretesa assurda.

L’iniziativa di costruirsi una strada per essere, almeno, collegati in modo più agevole alla “civiltà”, osteggiata e vietata da gendarmi, preti e burocrati: tutti alleati contro un popolo disperato e determinato, che dimostra però nei fatti un grande valore e una capacità di sopravvivenza non comune. In questo contesto, l’arrivo di una maestra del nord sembra l’episodio di una favola. Valeria Bruni Tedeschi assomiglia, anche nei modi e nei colori dei vestiti, alla fata di Pinocchio.

Sono molto belle le scene in cui insegna ai bambini del paese, finalmente convinti a sedersi tra i banchi di scuola, alcune cose essenziali da sapere. Prima di tutto: come è fatto il mondo, che Africo, la Calabria, fanno parte dello stivale, che a sua volta fa parte di un continente e di un pianeta bellissimo e blu che ognuno ha il diritto e forse anche il dovere di esplorare. Un personaggio dolcissimo e simbolico, che l’attrice interpreta al meglio, ricordando quello de La pazza gioia; accanto a lei, altrettanto stralunato, Marcello Fonte, calabrese nella sua Calabria: lui è il poeta, è felice di stare lì, tra quelle montagne da cui si vede il mare. Le disegna, scrive guardandole rapito, legge ai suoi compaesani analfabeti, con passione e stupore ogni giorno rinnovati. Quello è il luogo in cui vuole morire, dice. Perché ha senso cercare il posto dove si vuole arrivare alla fine, non solo dove si vuole vivere. Lo ricordate in Dogman? Rileggetelo qui. La storia narrata, anche se con i toni di una fiaba malinconica, è pura realtà: ciò che accadde proprio ad Africo (sapete che in greco significa: esposto al sole?) nel 1951, quando gli abitanti furono costretti, a causa di una alluvione, a lasciare le loro case e a “emigrare” verso i centri abitati del mare.

La frase del film è questa: i sogni sono quelle cose che ti fanno pensare che sei libero, detta dal poeta a un bambino.
Mimmo Calopresti, regista colto e raffinato, che per scrivere e girare si è documentato ampiamente, si è ispirato a un libro: Via dall’Aspromonte di Pietro Criaco. La musica è di Nicola Piovani.
4 ciak 🎬 🎬🎬🎬, e non spaventatevi: dal calabrese all’italiano ci sono i sottotitoli.

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