The Irishman

Questo film, disponibile su Netflix, è per chi ama Quei bravi ragazzi (Scorsese, 1990) e non si rassegna al tempo che è trascorso e a vedere invecchiati i protagonisti che, fatta eccezione per Al Pacino, corrispondono con gli attori di The Irish man.

Ritroviamo, in un gioco incredibile di trucco, che li ringiovanisce e incanutisce (sottolineando l’onnipotenza del cinema e la sua capacità di annullare, agli occhi dello spettatore, la dura realtà degli anni che passano), Bob De Niro nelle vesti dell’irlandese Frank e Joe Pesci, che interpreta Russel, un boss “elegante” di origine catanese.

Ai due mostri sacri si aggiunge, vi dicevo, l’incredibile (per quanto è bravo, anche qui) Al Pacino, che nella storia è l’esplosivo sindacalista Jimmy Hoffa, arringatore di folle di lavoratori ed insieme capace di sfruttare a proprio vantaggio la sua posizione di leader popolare, arricchendosi con affari border line, fatti coi soldi destinati alle pensioni degli associati.

La narrazione è con gli occhi dell’irlandese, oggi; è molto anziano, ma ha i ricordi lucidi. È un racconto retrospettivo, spesso amaro, velato tutto di malinconia. Per un mondo che non tornerà più e per quei grandi amici, nemici, soci: tutti morti, quasi tutti di morte violenta. E Frank ne sa qualcosa, perché il suo ruolo era proprio quello di “imbiancare i muri”,’ come in gergo si indicava l’attività del killer.

Per vicissitudini casuali, da garzone e uomo di fatica di una macelleria, si era trasformato nel braccio destro di Russel, ma insieme (e lì aveva cominciato a vivere su filo del rasoio) in amico e confidente di Hoffa. Frank è un personaggio drammatico e netto: è fedele, si assume le responsabilità più dolorose, è capace di fare scelte tragiche. Non si volta indietro. È simbolico di un contesto, quello descritto da Scorsese, ne Quei bravi ragazzi e, di nuovo, in modo definitivo, in questo film: quello della storia americana, intrisa di mafia Made in Italy, malavita, affari, colpi di Stato sottobanco (si parla anche di Kennedy, Cuba, Watergate). D’altronde, la sceneggiatura è basata sul libro “ I heard you paint houses” (in Italia “The Irishman”) di Charles Brandt, nel quale il vero Frank Sheeran, killer di lungo corso, racconta la sua verità su molti fatti storici celebri, dall’omicidio di JFK a quello dello stesso Jimmy Hoffa.

Non fatevi spaventare dalla durata: più di tre ore passeranno in fretta, quasi quasi vorreste fermare il tempo, come forse avrebbe voluto fare Frank. Rimanere quello amico di tutti e temuto da tutti, ai tempi in cui viaggiava con Jimmy, dividendo la stanza di albergo, entrambi in pigiama, come fossero due tranquilli borghesi in trasferta di lavoro.

Credo che sia un’opera imperdibile, ha una colonna sonora da riascoltare tutta (eccola qui). È una sorta di testamento del regista, quantomeno con riguardo a quel genere, come se avesse voluto chiudere il cerchio con gli stessi straordinari attori del passato. I paragoni non si fanno, tra artisti di questo livello: ma forzo la mano, e vi dico che per me il migliore è stato Al Pacino.

Fatemi sapere cosa ne pensate.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬, e se non avete Netflix fatevi invitare da un amico che lo ha!

1 commento su “The Irishman”

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