Paterson

Guardando in questi giorni un bel film su Netflix, di cui vi parlerò presto, mi sono ricordata di Paterson: il protagonista maschile coincideva nel talentuoso Adam Driver. Paterson è secondo me da recuperare, è un film particolare, tagliato per chi ama la poesia, non necessariamente in senso letterario. Non è solo per pochi eletti, ma per tutti coloro che pensano, magari non consapevolmente, che nella quotidianità della vita vi siano costanti momenti di vera poesia.

Momenti nei quali, mettendosi con un taccuino, in silenzio, a pensare, quella poesia uscirebbe fuori, in parole magari semplici, magari scontate, ma che comunque hanno un suono armonioso per noi e per chi è sulla nostra stessa lunghezza d’onda (una rara fortuna).

La storia è appunto semplice e scontata, senza una vera trama. Incentrata su un personaggio che si chiama come il suo paese, Paterson. Un toponimo simbolico: egli rappresenta con il suo modo di essere quella tranquilla cittadina del New Jersey dove non succede mai niente, dove tutti si conoscono, dove i rapporti umani hanno una loro consistenza rassicurante, dove bastano due bulli che girano di notte con l’auto radio al massimo per incrinare quella pace condivisa.

Paterson però ha una marcia in più ed è il suo animo poetico. Fa l’autista di bus urbani, ma lo fa, appunto, poeticamente. Con un taccuino perennemente in tasca, da tirare fuori quando la visione di un pacchetto di fiammiferi gli fa venire in mente versi ispirati.

Tutto il racconto ruota intorno a queste poesie, scritte durante le pause del lavoro o nei ritagli di tempo a casa, dove imperversa una esplosiva fidanzata bulimica di creazioni ornamentali (una persona antitetica a Paterson, ma che lo adora e gli regala quotidiane incursioni nel suo immaginario artistico). E poiché “la poesia tradotta è come fare la doccia con l’impermeabile”, mentre il protagonista le scrive (e le sentite in italiano, nella versione per il nostro paese), il regista ha voluto anche che si leggano in inglese, in sovraimpressione sulle immagini. Una trovata che ho apprezzato molto, anche perché le poesie, quelle del film, sono d’autore: si tratta di Ron Padgett, un autore americano di avanguardia (cliccando qui il link con le liriche “scritte” da Paterson). 

La storia ha una precisa conclusione, una chiara affermazione finale, per mano di un turista/poeta giapponese incontrato per caso: “a volte una pagina vuota presenta molte possibilità”. Basta avere un taccuino, magari averlo in dono. Portarselo dietro e, invece di guardare per terra, guardare le stelle, e fare scivolare il lapis sul foglio. Cambiando le famose parole di Gusteau nel cartone Ratatouille (“tutti possono cucinare”) : tutti possono essere poeti.

Da provare, secondo me, come proposito per l’anno nuovo.

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