Io, Daniel Blake

In attesa di scrivere del nuovo film di Ken Loach, da pochi giorni nelle sale, vi suggerisco di recuperare la sua precedente pellicola, Palma d’oro a Cannes 2016. Non è certo per questo che ve la propongo: a volte le opere che ottengono riconoscimenti anche così importanti sono terribili (mi viene in mente Pietà del coreano Ki-duk Kim: mi ha sconvolto per giorni…). In questo caso però il premio è strameritato.

Il film è bellissimo, in linea con la tradizione del cinema impegnato di Ken Loach, immerso nel mondo britannico proletario diseredato sfortunato periferico marginale. Daniel Blake è un eroe di quel mondo. Un carpentiere avanti con gli anni; il suo campo di battaglia è Newcastle. La società dei digitali di default lo respinge, lui, “matita di default”. Non lo vuole più: solo perché ha dimostrato di non essere al top delle sue prerogative fisiche a causa di un problema cardiaco.

Espulso dal lavoro, costretto da una burocrazia delirante e spersonalizzata a mettersi nelle liste di disoccupazione. In bilico sul baratro della povertà, per la sospensione dell’assegno di malattia. Da un lato gli impediscono di lavorare e dall’altro lo costringono a cercarsi un’occupazione. Assurdità del sistema, dei sistemi.

Sembrano fatti apposta per stritolare le persone in difficoltà, tutto è perfettamente oliato e lindo finché stai bene. Hai un problema di salute ed immediatamente diventi un problema tu, per la società attiva, per il mondo del lavoro, per la pubblica amministrazione. Prima riflessione: succede anche in Gran Bretagna. Nel nord Europa. Con un’aggravante che balza agli occhi, forse solo a noi, popoli del sud: una radicale freddezza e disumanità diffusa, regole fatte rispettare al millimetro, senza distinzione tra un anziano dolente e un giovane “in forma”.

Ci sono momenti del film in cui rimpiangi un disordinato ambiente mediterraneo, un ufficio di collocamento napoletano, un condominio sulla Prenestina. L’incredibile protagonista, con il suo modo di essere, scioglie il gelo di questo mondo apparentemente perfetto e funzionante. Prevale sempre l’uomo, per lui. È attento al suo vicino di casa, si ostina ad aiutare chi è in difficoltà, a sua volta attira la pietas (quel bel sentimento del mondo classico quasi dimenticato) dei suoi simili, quelli che hanno ancora un cuore.

Nonostante i computer, gli smartphone, i curriculum vitae in formato digitale, le mail, il web. Straordinario il rapporto con la giovane Cathy e i due bambini: puro, protettivo, disinteressato. Daniel è come un messia, in un mondo dove pochissimi lo riconoscono. Arriva a fare gesti dimostrativi ed immediatamente attrae l’attenzione delle persone, dei passanti. È empatico, semplicemente perché è buono.

Ed anche se gli va male la vita, se ogni tentativo non va a buon fine e se quotidianamente trova dimostrazione che il mondo non è un luogo adatto alle persone che sanno ancora capire uno sguardo e aiutarti con le buste della spesa, a Daniel piace la vita e le battaglie di cui è costellata. E le vittorie (piccole) che ogni tanto si conquistano. “Tutti abbiamo bisogno di un po’ di vento in poppa ogni tanto”. Non ve lo perdete, si piange, se siete un po’ come lui.

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