Sorry we missed you

Ken Loach continua a parlare delle cancrene della nostra società, sempre focalizzato sui temi del lavoro precario, della crudeltà del capitalismo quando dimentica che l’ingranaggio che fa funzionare la macchina è l’uomo: ed è di carne e ossa, anima, cuore, emozioni, debolezze.

Qualche commentatore ha parlato del “dittico di Newcastle”, perché anche questa storia, drammaticamente reale, è tutta ambientata lì, come il suo precedente film, Io, Daniel Blake. Una metropoli industriale e commerciale, che appare fredda e quasi priva di tracce di pietà: caratteristiche che esasperano le difficoltà della vita di ogni giorno dei protagonisti.

Un plauso alla scelta degli attori, che sono assolutamente perfetti nei rispettivi ruoli, non sembrano nemmeno recitare: calati nei personaggi che interpretano, nel pathos, nella disperazione, nella rabbia.

Guidati dal regista ottantatreenne, capace evidentemente di far comprendere loro il messaggio (definitivo, crudo) che intende dare: alle condizioni di vita descritte, non c’è spazio per la felicità, non ci sono spiragli di rivincita, la precarietà è destinata a sconfiggere anche le persone più determinate e forti.

Ricky e Abby sono una coppia di quarantenni, usciti con le ossa rotte dalla crisi economica: hanno perso il lavoro, sono stati costretti a rinunciare all’acquisto della casa che da sposini desideravano, si ammazzano di lavoro, e nonostante tutto non riescono che a galleggiare. Per dare una svolta alla loro esistenza, e soprattutto per cercare di dare un futuro ai due figli, Ricky decide di “mettersi in proprio”, aderendo a un franchising di consegne a domicilio (da qui il titolo: che ripete il messaggio lasciato sulla porta dal corriere, quando non trova a casa il destinatario).

Ha il suo furgone (acquistato con il sacrificio dell’auto della moglie, che da quel momento si muoverà coi mezzi pubblici), ha la piena responsabilità del suo tempo e della puntualità con cui porta i pacchi ai clienti: risponde personalmente di ogni danno, ritardo, errore.

Parte in quarta Ricky, è convinto che sia la volta buona; e Abby accetta il sacrificio di dovere raggiungere con maggiore difficoltà le persone disabili che assiste, in giro per la città, facendo l’infermiera a domicilio.

Ben presto però emerge come stanno davvero le cose: il lavoro di fattorino non è affatto “autonomo”, ma è una delle tante forme di schiavismo strisciante (sotto mentite spoglie di libertà e liberismo) che oggi connotano il mondo del commercio e dell’industria.

Ricky, per rispettare i tempi e i numeri imposti dal capo (un energumeno impietoso e strafottente), deve rinunciare a tutto, persino a fermarsi per andare in bagno, persino a occuparsi dei suoi figli nei momenti di bisogno, persino a curarsi quando le condizioni fisiche non gli consentono di guidare.

Quella che sembrava una svolta si rivela una scelta disastrosa per l’esistenza di ciascun membro della famiglia: la serenità conquistata con unghie e con denti si sgretola giorno dopo giorno, i due non riescono a ritrovare nemmeno quei momenti di gioia condivisa che nonostante le difficoltà avevano sempre conservato.

Il racconto scivola in un dramma sempre più esasperato, Ricky e Abby non trovano l’appoggio e l’aiuto di nessuno.

Il regista sottolinea come non ci sia, nella vita vera, alcuna corrispettività: Abby, in particolare, è buona, generosa, tollerante. Si dedica agli altri ed interpreta il suo lavoro, durissimo, con spirito positivo, senza mai provare fastidio per i suoi problematici pazienti: in cambio, non riceve alcunché, non trova ricompensa, gratitudine, mani tese.

Insomma: una visione radicalmente negativa quella dell’ultimo film di Ken Loach, ancora più cupa del precedente, dove si intravedeva la cura e la speranza. Impossibile, usciti dal cinema, una volta tornati a casa, non rimanere con il pensiero a quel pessimismo; e non ricordare, quando suona il citofono per la consegna di un pacco, che dall’altra parte c’è un uomo, forse un Ricky, che lotta per la sopravvivenza, con un lavoro ingrato, che incattivisce anziché rassicurare chi lo fa.

Una riflessione amara che richiederebbe attenzione e impegno: perché quello che il film rappresenta, senza veli, non possa più avvenire.

Ken Loach sembra già dire che sia impossibile, e che non c’è riscatto alla precarietà. Purtroppo, credo abbia ragione lui, dall’alto dei suoi anni e dell’esperienza amara che si è costruito.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 al regista inglese, bravo, vero e durissimo.

1 commento su “Sorry we missed you”

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